9 Novembre 2025

L’esperienza dell’Associazione LUI: un programma italiano per autori di violenza (BIP) – Docenti: Giulia De Gioia, Gabriele Lessi and Jacopo Piampiani: Italia

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Riportiamo di seguito l’intervento che l’Associazione LUI ha tenuto alla 29′ BISC-MI 2025 Conference Annual Conference
Spotlight on Solution From Intervention to Trasformation tenutati dal 4 al 6 novembre 2025, dove l’Associazione LUI è stata la prima realtà italiana invitata a prendere parola sul delicato tema di chi agisce violenza.

Per onestà intellettuale quanto riportato è in parte una rielaborazione ottenuta anche avvalendosi di Chat GPT ma che condividiamo a pieno. Buona lettura:

Vorrei invitare sul palco i nostri amici dall’Italia [David Garvin].
Lascerò che Jacopo, Gabriele e Giulia si presentino. Le slide partiranno da qui

Giulia:
Ciao a tutti.
Sono davvero molto emozionata, non solo perché è la mia prima volta che parlo a una conferenza, ma anche per tutto quello che ho ricevuto in questo spazio, in cui vorremmo contribuire parlandovi della nostra esperienza.
Mi chiamo Giulia, e qui con me ci sono i miei colleghi Gabriele e Jacopo.
Veniamo dall’Italia, precisamente da Livorno, una piccola città in Toscana, sul mare.
Rappresentiamo “Associazione LUI”, una realtà che, insieme ad altre iniziative e servizi, gestisce anche un CUAV.
Come accennavo, abbiamo pensato di contribuire a questo bellissimo evento raccontando la nostra esperienza e spiegando il programma per autori di violenza che gestiamo.
Io vi parlerò del contesto in cui questo accade — perché, come abbiamo sentito più volte qui, comprendere e saper leggere il contesto è fondamentale per capire le ragioni alla base delle scelte.
Dopo di me Gabriele, che è avvocato, parlerà del quadro legale in Italia.
Infine, Jacopo racconterà più nel dettaglio come è strutturato concretamente il nostro programma, che si chiama P.U.M. CUAV.
“P.U.M.” è un acronimo che significa Programma Uomini Maltrattanti, ma è anche l’onomatopea del suono “PUM!”, come nei fumetti quando qualcuno dà un pugno.
CUAV, invece, è l’acronimo che dobbiamo utilizzare per legge: Centro per uomini autori o potenziali autori di violenza domestica, sessuale e di genere.
Siamo qui per condividere, ma anche per imparare.
Io ho già imparato moltissimo da tutti voi.
Grazie per lo spirito di comunità, per la condivisione e per le esperienze ispiranti.
Vorrei anche ringraziare Valentina, Daria, Pino, Matteo e Giorgio, che mentre noi parliamo sono in Italia e stanno lavorando, permettendoci di essere qui con voi.

Ora vi racconto un po’ del contesto italiano.
Io sono un’interprete e traduttrice, specializzata in psicologia e in analisi transazionale, e sono anche una counsellor in AT.
Dopo la laurea, cercavo un modo per applicare ciò che avevo imparato, e ho iniziato a collaborare con la Casa della Donna di Pisa, un’associazione che gestisce un centro antiviolenza con ascolto telefonico e casa rifugio per donne sopravvissute alla violenza. Ho lavorato lì per circa cinque anni, ascoltando tantissime storie. Lì ho scoperto il concetto di rete territoriale contro la violenza, quella che in USA è nota come CCR, che ha cambiato completamente il mio modo di vedere la mia città. Ho iniziato a esplorare i vari servizi, il loro funzionamento, a cercare di inquadrare meglio il fenomeno della violenza di genere nel suo insieme. Come spesso succede, da un’occasione ne è nata un’altra e intorno al 2018 ho partecipato come interprete a un progetto Erasmus+ con altri cinque Paesi europei, dove ho conosciuto proprio loro — Gabriele e Jacopo — che avevano già fondato la loro associazione.
Mi ha colpito il loro entusiasmo, la loro curiosità e la voglia di imparare.
Così ho iniziato a lavorare con loro, e oggi coordino il team e co-conduco i gruppi di uomini e donne.
Ora, il contesto storico.

  • 1945: con il paese distrutto dalla seconda guerra mondiale, le donne italiane ottengono il diritto di voto, che l’anno dopo fanno valere quando il popolo viene chiamato a esprimersi per stabilire se l’Italia dovesse diventare una Repubblica o restare una monarchia;
  • 1948: l’articolo 3 della neonata Costituzione stabilisce l’uguaglianza tra i generi.
  • 1968: i movimenti di protesta e il femminismo portano a nuove consapevolezze, che aprono la strada a un decennio caratterizzato da importanti conquiste sociali, come la legalizzazione del divorzio nel 1970 e quella dell’aborto nel 1978.
  • 1981: viene abolito il delitto d’onore — fino ad allora, un uomo che ritenesse che sua moglie, sua figlia, sua madre o un’altra donna della sua famiglia ne avesse “leso l’onore”, poteva godere di una pena ridotta se la avesse uccisa;
  • 1996: lo stupro diventa finalmente un reato contro la persona (e non contro la morale).
  • Il 2011 è una data che ho scelto di sottolineare in quanto viene firmata la Convenzione di Istanbul, il primo trattato europeo per la prevenzione e il contrasto della violenza di genere.
  • 2019: viene approvata la legge chiamata “Codice Rosso”, che rafforza le misure contro la violenza domestica.
  • 2022: vengono introdotti per la prima volta standard nazionali per i CUAV.

Qualche numero (aggiornato a poche settimane fa):
Nel 2025 ci sono state oltre 70 donne uccise in Italia, la grande maggioranza in contesti intimi.
Le donne rappresentano il 75% delle vittime di violenza fisica o psicologica, e il 91% delle vittime di violenza sessuale.
Ora una parte più “leggera”: la storia della nostra associazione.
Tutto nasce da una amicizia.
Gabriele e Jacopo conobbero attraverso amici comuni e scoprirono che si stavano ponendo la stessa domanda: “Cosa significa essere uomini nella società italiana di oggi?” Quali sfide, stereotipi, difficoltà, opportunità, privilegi questo comporta?
Così hanno creato un primo gruppo di auto-consapevolezza maschile, ispirato ai gruppi femministi degli anni ’70.
Erano tutti volontari, mossi dal desiderio di capire e riflettere sul proprio ruolo di uomini nella società. Quella fu la prima attività strutturata dell’Associazione, che oggi, più o meno diciassette anni dopo, si occupa di eventi pubblici, percorsi formativi, gruppi di consapevolezza maschile e gruppi di padri, oltre ad avere una linea telefonica di ascolto e naturalmente il programma per uomini autori di violenza (P.U.M. CUAV).

Sul nostro sito web pubblichiamo articoli, recensioni di film e libri, e suggerimenti di podcast che affrontano temi legati agli stereotipi di genere, alla violenza e alle relazioni.
Spesso li usiamo anche durante i gruppi, come spunto di riflessione.
Il programma P.U.M. è un percorso per uomini che hanno commesso o rischiano di commettere violenza domestica, sessuale o di genere.
I gruppi si riuniscono due volte a settimana, lavorando su temi come:

·       la consapevolezza delle proprie azioni,
·       la responsabilità personale,
·       la decostruzione degli stereotipi di genere,
·       la comprensione delle conseguenze legali.

Ogni gruppo è condotto da due facilitatori con competenze, esperienze e caratteristiche diverse;
Crediamo molto in un approccio multidisciplinare e integrato, un po’ come in un puzzle dove ognuno porta il suo tassello di professionalità, esperienza, vita vissuta, sguardo, modo di fare. Perché solo unendo prospettive diverse possiamo comprendere davvero il problema.

Ora passo la parola a Gabriele, per la parte giuridica.

Gabriele:
Grazie, Giulia. Buongiorno a tutti. Io sono Gabriele, sono un avvocato e sono co-fondatore dell’Associazione LUI sin dall’inizio, dal 2008.
Come diceva Giulia, il nostro centro nasce da un gruppo di riflessione maschile, ma nel corso del tempo abbiamo iniziato a collaborare con la rete antiviolenza locale, che in Italia chiamiamo “rete territoriale antiviolenza”, composta da centri antiviolenza per donne, servizi sociali, forze dell’ordine, tribunale, procura della Repubblica, servizi sanitari e amministrazione pubblica.
Il mio ruolo come avvocato è stato inizialmente quello di collegamento tra il centro e il sistema giudiziario, ma anche di facilitatore all’interno dei gruppi per uomini.
Crediamo molto nel valore di comprendere la legge: la legge non è solo punizione, ma anche un mezzo di consapevolezza.
Oggi mi occupo della dirigenza e rappresentanza associativa, consulenza legale sostanziale, dottrinale e giurisprudenziale inerente tutto l’ambito giudiziario in cui i CUAV (BIPs) hanno competenza
In Italia, la legge riconosce ufficialmente i centri per uomini autori di violenza (CUAV) al pari della altre istituzioni antiviolenza.
Dal 2009 in poi il diritto sostanziale ha subito numerose novelle legislative proveniente inizialmente dalle fonti sovranazionali, come dal Consiglio d’Europa (vedi, c.d. Convenzione di Istanbul), e a cascata dal legislatore nazionale quale opera di armonizzazione del sistema legislativo realizzata a più riprese dal 2011 sino ai giorni nostri. Il nostro sistema giuridico, dal 2019, con il cosiddetto “Codice Rosso”, ha stabilito che gli uomini condannati per reati di violenza domestica o di genere debbano partecipare a programmi di recupero se condannati con il beneficio della sospensione condizionale della pena vincolato al buon esito del programma.
Nel 2022, poi, il Ministero per le Pari Opportunità e il Governo tutto hanno definito gli standard minimi per questi centri, stabilendo requisiti su formazione del personale, durata dei percorsi, valutazione del rischio, e collaborazione con la rete antiviolenza.
Quindi il nostro programma non è isolato, ma è parte di una rete coordinata, in cui ogni soggetto ha un ruolo preciso.
Noi, come centro per uomini, siamo consapevoli che il nostro lavoro ha senso solo se integrato con il lavoro di protezione e sostegno alle donne, nonché con la giurisdizione.
Collaboriamo regolarmente con il Centro Antiviolenza di Livorno, con i servizi sociali, con i Tribunali, con i procuratori della pubblica accusa, con l’Ufficio di esecuzione penale esterna, che in Italia gestisce le misure alternative alla detenzione.
Gli utenti che partecipano ai nostri gruppi arrivano da percorsi diversi: alcuni su base volontaria, altri su invio giudiziario, anche se le percentuali di accesso sono largamente appannaggio di quest’ultima ipotesi.
Chi viene inviato dalla magistratura generalmente partecipa nell’ambito della sospensione della pena oppure di una misura o pena alternativa, con obbligo di frequenza regolare e di consegna di relazioni periodiche al giudice, ma le casistiche vanno valutate sartorialmente alla luce delle possibili pluralità di fonti invianti e tenendo sempre presente il combinato disposto di differenti normative.
Per garantire coerenza e trasparenza, inviamo report periodici alla giurisdizione, specificando nei report quanto richiesto dalla legislazione sui criteri minimi dei CUAV, nonché dal recente decreto del Ministero della Giustizia del marzo scorso comprensivo di Linee Guida nazionali.
Queste ultime Linee Guida risultano essere in continuità con l’ottica multidisciplinare descritta dai criteri minimi, scavando un solco profondo che oggi qualifica i CUAV come una appendice esecutiva-rieducativa della giurisdizione.
Un aspetto importante è che il nostro obiettivo non è la rieducazione morale, ma la responsabilizzazione.
Non chiediamo agli uomini di “sentirsi migliori” o di “farsi perdonare”, ma di riconoscere la propria responsabilità e interrompere la violenza, nonché di rendersi conto degli effetti provocati dai loro comportamenti sui sopravvissuti.
Il nostro approccio è fortemente educazionale: li aiutiamo a capire che la violenza non è un problema di rabbia o di impulso, ma un problema di potere, controllo e cultura patriarcale. A ciò si affiancano strategie e skill utili per la migliore gestione del Sé.
In questo senso, l’intervento legale e quello educativo devono andare mano nella mano. Questo modello sembra essere apprezzato dalle istituzioni invianti e dai professionisti invianti in quanto pienamente rispondente al dettato normativo vigente, anche in termini di programmazione degli incontri bi-settimanali per i casi legali opportuni.
La legge dà il confine, il gruppo dà lo spazio per capire perché quel confine è stato superato.
E questa è, credo, la chiave del nostro lavoro. Con umiltà ma con consapevolezza lavoriamo giorno dopo giorno, persuasi del fatto che i feedback positivi che spesso riceviamo da utenti, istituzioni e professionisti risiedano nel duro lavoro e nel virtuoso passaparola di chi ci ha testati sul campo.
Ora passo la parola a Jacopo, che vi racconterà in modo più dettagliato come funziona concretamente il nostro programma e condividerà anche qualcosa della sua esperienza personale.

Jacopo:
Grazie, Gabriele.
Ciao a tutti, io sono Jacopo, e come potete immaginare, sono molto felice e un po’ emozionato di essere qui. Come ha detto Giulia, io e Gabriele ci conosciamo da molti anni. Abbiamo cominciato insieme questo percorso in un modo molto spontaneo, quasi “artigianale”, direi.
Ci incontravamo tra uomini, a parlare, a interrogarci, a chiederci cosa significasse essere maschi in una società che sembrava offrirci ruoli rigidi e violenti.
Sono uno psicologo, psicoterapeuta ma arrivo da un percorso soprattutto personale e familiare di educazione al genere.
La mia mamma frequentava il Centro Donna del Comune di Livorno e mi ha cresciuto nel rispetto delle pari opportunità
Ho lavorato per molti anni con adolescenti e in contesti di marginalità, e lì ho imparato quanto il tema della mascolinità sia importante.
Molti ragazzi che incontravo avevano interiorizzato un’idea tossica di forza e potere, che spesso si traduceva in comportamenti violenti o di dominio.
Quando, nel 2008-2010, abbiamo deciso di aprire un centro per uominini autori di violenza, ci siamo trovati davanti a una sfida enorme: non c’erano modelli italiani strutturati.
Abbiamo studiato programmi americani, in particolare attraverso Emerge, europei, in particolare spagnoli e norvegesi, e poi abbiamo adattato tutto alla nostra realtà locale.
Il nostro programma dura almeno 12 mesi, ma spesso anche più di un anno.
Ogni incontro di gruppo è due volte a settimana e i gruppi sono aperti.
Ogni uomo, prima di entrare nel gruppo, svolge colloqui individuali di valutazione, durante i quali analizziamo la storia personale, il tipo di violenza agita, il rischio di recidiva e la motivazione al cambiamento.
All’interno del gruppo si lavora su vari moduli tematici, tra cui:

·       Definizione della violenza (fisica, psicologica, economica, sessuale, coercitiva);
·       Responsabilità personale e negazione;
·       Ruoli di genere e socializzazione maschile;
·       Empatia e conseguenze per la vittima;
·       Gestione delle emozioni e linguaggio del potere;
·       Comunicazione non violenta;
·       Genitorialità e impatto sui figli;
·       Costruzione di un nuovo modello di maschilità.

Ogni sessione è co-condotta da due leader, sempre con un equilibrio di prospettive.
Il gruppo è simiaperto, cioè accogliamo nuovi membri, così che i nuovi possano imparare dai più esperti.
Ci sono momenti di condivisione, esercizi di scrittura, giochi di ruolo, visione di video e discussione di casi reali.
Uno dei momenti più difficili per gli uomini è affrontare la presa di responsabilità.
Molti all’inizio dicono:
“Non sono violento, è che lei mi provocava.”
“Non ho mai alzato le mani, ho solo urlato.”
“Era solo un momento di rabbia.”
Il lavoro è accompagnarli a capire che la violenza non è solo un atto, ma una dinamica. È un modo di pensare, di relazionarsi, di esercitare controllo.
E che cambiare questo modo richiede tempo, umiltà e confronto continuo.
Un altro elemento importante è il monitoraggio del rischio.
Collaboriamo con i centri per donne e con le forze dell’ordine per segnalare situazioni ad alto rischio, e in casi estremi interrompiamo la partecipazione al gruppo se la persona continua a essere pericolosa.
Il principio di sicurezza è sempre la nostra priorità:
“La sicurezza della donna viene prima del percorso dell’uomo.”
In Italia il sistema è costruito proprio per evitare che i centri per uomini e quelli per donne lavorino in modo isolato.
Nel nostro caso, collaboriamo costantemente con il centro antiviolenza Ippogrifo di Livorno, che è parte della stessa rete territoriale.
Ogni volta che un uomo entra nel nostro programma, chiediamo il consenso per contattare, tramite la rete, la partner o ex partner, se lei è seguita da un centro antiviolenza.
In questo modo possiamo verificare la sicurezza e coordinare le informazioni di rischio, sempre nel rispetto della privacy.
Non abbiamo contatti diretti con la donna (non la chiamiamo, non la incontriamo), ma la comunicazione avviene attraverso la rete dei servizi, in modo che sia sempre il centro per donne a mantenere il contatto con lei.
Inoltre, se emergono situazioni di rischio o nuove violenze, interrompiamo immediatamente la partecipazione dell’uomo e informiamo i servizi competenti.
Il principio guida per noi è molto chiaro:
“Il lavoro con l’uomo non deve mai mettere a rischio la sicurezza della donna.”
Negli anni abbiamo visto molti cambiamenti.
Alcune persone hanno davvero modificato i propri comportamenti, altre meno.
Ma anche in chi non riesce a cambiare del tutto, qualcosa si muove: un pensiero, una parola, una riflessione.
E questo, crediamo, è già un piccolo passo.
Per noi, la violenza non è solo un problema individuale, ma un problema culturale e politico.
La violenza riguarda tutti gli uomini, non solo quelli che commettono reati.
Per questo motivo lavoriamo anche nelle scuole e nelle aziende, portando laboratori di educazione alle relazioni, per insegnare ai ragazzi e agli adulti che la forza può essere anche cura, responsabilità e rispetto.
Concludo con una frase che ci accompagna da sempre:
“La violenza è una scelta. E se è una scelta, può essere disimparata.”
Ecco, questo è il cuore del nostro lavoro.
Grazie mille per l’ascolto e per l’opportunità di condividere la nostra esperienza con voi.

Domanda 2 (dal pubblico):
Quanti uomini partecipano ai vostri gruppi, e com’è il livello di “motivazione” che incontrate di solito?

Jacopo:
Domanda interessante.
Attualmente abbiamo 12 gruppi attivi che si incontrano due volte a settimana, come la normativa prevede.
La motivazione è molto diversa a seconda di come arrivano:

  • Gli uomini inviati dal tribunale spesso iniziano con una motivazione più “esterna”, cioè partecipano perché è una condizione legale o per evitare la prigione.
  • Gli uomini volontari, invece, arrivano per motivi personali o su consiglio di qualcuno, e spesso sono più disponibili al confronto.

Ma — e questo è importante — la motivazione può cambiare nel tempo.
Abbiamo visto persone arrivare arrabbiati e difensivi, ma dopo qualche mese iniziare a riflettere seriamente su se stessi.
A volte basta una frase, un momento di silenzio nel gruppo, o sentire un altro uomo raccontare la propria storia.
Il gruppo, come spazio collettivo, ha un grande potere trasformativo.

Domanda 4 (dal pubblico):
Mi incuriosisce molto la parte educativa con i giovani. Potete dire qualcosa di più sui progetti che fate nelle scuole?

Jacopo:
Certo, con piacere.
Lavoriamo nelle scuole da sempre.
Portiamo laboratori esperienziali di educazione alle relazioni, consenso e stereotipi di genere.
Non parliamo solo di “violenza”, ma di come si costruiscono le relazioni sane.
Usiamo differenti metodi per richiamare l’attenzione dei partecipanti.
Cerchiamo di rompere il silenzio tra le persone, anche nei contesti educativi.
È sorprendente quanto i ragazzi abbiano voglia di parlare, quando si sentono ascoltati senza giudizio.

Domanda 5 (dal pubblico):
Che tipo di formazione serve per diventare facilitatore nei vostri gruppi?

Giulia:
Bella domanda, perché in Italia questo tema è ancora in evoluzione.
Gli standard nazionali CUAV richiedono che ogni facilitatore abbia una formazione specifica in violenza di genere, almeno 120 ore, e un background professionale in scienze sociali, psicologia, educazione o diritto.
Noi, come associazione, chiediamo anche un percorso di supervisione continua e di formazione personale: non si può lavorare su questi temi senza aver prima lavorato su di sé.
Periodicamente facciamo supervisione di gruppo,

Domanda 6 (dal pubblico):
C’è stato un momento, nel vostro lavoro, che vi ha colpiti particolarmente o che vi ha fatto capire che ne valeva la pena?

Giulia:
Sì… ce ne sono tanti.
Ricordo un uomo che, durante un gruppo, disse:
“Mio figlio mi ha chiesto perché la mamma piangeva, e io non sapevo cosa rispondere.”
Quel momento, di silenzio e vergogna, fu anche un momento di verità.
Da lì cominciò a cambiare davvero.
Capì che la violenza non riguardava solo la relazione con la partner, ma anche il modello che stava trasmettendo a suo figlio.
Per me, è stato uno dei momenti più forti e umani che ho vissuto in questo lavoro.

Jacopo:
Io ne ricordo un altro: un uomo, dopo mesi di gruppo, disse semplicemente:
“Per la prima volta ho ascoltato una donna senza pensare a cosa rispondere.”
Ecco, per noi, questo è il segno del cambiamento.

Moderatore:
Grazie. È davvero potente sentire queste esperienze così autentiche e concrete.
Siamo molto grati per il vostro contributo e per averci mostrato come la cultura del cambiamento può crescere anche attraverso il lavoro con gli uomini.

Grazie, LUI, grazie Italia.
Ora, in Italia, questo aspetto rappresenta un grande problema per molte persone, perché non tutti gli uomini vengono inviati al programma per volontà propria, giusto?
In ogni caso, dobbiamo proporre un percorso che preveda almeno 60 ore di attività in 12 mesi.
Attualmente i nostri partecipanti hanno un’età media di 43, con un minimo di 16 e un massimo di 84 nel periodo di punta.
La maggioranza nazionale è italiana, ma – e questa è una mia opinione personale – le percentuali per altre nazionalità, ad esempio albanesi, proveniente dal marocco, non riflettono la realtà della situazione.
Perché, ad esempio, in molte famiglie bangladesi il padre lavora tutto il giorno, i figli fungono da interpreti per la madre, e la madre spesso non parla italiano. È quindi molto difficile immaginare che una donna in questa condizione possa rivolgersi da sola ai servizi o chiedere aiuto.
Questo per dire che esistono forti barriere culturali e linguistiche, che incidono anche sul tipo di uomini che arrivano ai nostri centri.
Ma è una mia osservazione personale.

Per quanto riguarda il programma, possiamo dividerlo in due fasi principali:

La fase individuale.
Qui effettuiamo un colloquio di valutazione con la persona candidata, perché non tutte le persone vengono poi effettivamente ammesse al percorso: a volte decidiamo di non accettare l’uomo nel programma se non ci sono le condizioni minime di sicurezza o motivazione.

In questa intervista raccogliamo informazioni su diversi aspetti come per esempio:

dati personali, anamnesi psicologica e relazionale,
aspetti educativi, culturali e religiosi,
soprattutto l’aspetto legale, per comprendere la situazione giudiziaria,
e informazioni sulla vittima/sopravvissuta di violenza, se disponibili,
insieme a una valutazione comportamentale e criminologica,
e infine una valutazione del rischio.

Questo colloquio può essere ripetuto fino a 3 volte: all’inizio, a metà e alla fine del percorso individuale, così da poter monitorare l’evoluzione della persona.

Dopo la fase individuale, l’uomo entra nel lavoro di gruppo.
Attualmente abbiamo 12 gruppi attivi ogni settimana per 2 volte alla settimana.
Nel gruppo effettuiamo due test di valutazione: uno a metà e uno alla fine del programma.
Questo è molto importante, perché ci consente di misurare i progressi e anche di aiutare il partecipante a prendere consapevolezza del proprio percorso.
Nel lavoro di gruppo ci basiamo su quattro pilastri fondamentali, che derivano dalla legge italiana ma che abbiamo tradotto in quattro parole chiave operative:

  1. Accountability (Responsabilità)
  2. Awareness (Consapevolezza)
  3. Stereotypes (Stereotipi)
  4. Empathy (Empatia)

In ogni sessione lavoriamo su uno di questi pilastri; nella successiva, su un altro, e così via.
In questo modo possiamo monitorare lo sviluppo individuale di ciascun partecipante nel tempo.
Ho inserito questa slide per mostrare alcune somiglianze e differenze tra il nostro modello e altri programmi internazionali.
Ad esempio, abbiamo analizzato modelli come quello di Emerge o altri programmi di trattamento di gruppo per uomini autori di violenza, notando che:

tutti condividono un approccio psicoeducativo,
lavorano in gruppo ed aperto,
prevedono pagamento,
richiedono la formazione obbligatoria degli operatori e la supervisione costante,
e possono operare sia dentro che fuori dal carcere.

Le differenze principali riguardano la durata dei percorsi e la composizione dei gruppi.
Nel nostro caso, i gruppi non sono separati in base a età, reato o orientamento sessuale: sono misti, e questa diversità si è rivelata molto arricchente.
C’è anche un aspetto intersezionale importante: come spiegava Gabriele, la legge italiana ci offre un quadro preciso entro cui operare, e dobbiamo comprenderlo bene, altrimenti rischiamo di non capire il senso del nostro stesso intervento.
Lavoriamo quindi su profili motivazionali differenti, definendo obiettivi specifici per ciascun partecipante, sempre in relazione ai quattro pilastri.
Utilizziamo anche schede posturali.
Alla fine di ogni sessione, ogni facilitatore compila una valutazione individuale della persona, rispetto al pilastro trattato in quella giornata.
In questo modo possiamo raccogliere dati statistici e qualitativi sull’andamento del gruppo e intervenire dove serve per rinforzare la motivazione.

Le professionalità coinvolte sono definite chiaramente dalla legge:
avvocati,
psicologi,
psicoterapeuti,
criminologi,
educatori,
assistenti sociali,
interpreti (quando necessario).

Cerchiamo di lavorare in modo multidisciplinare e integrato, cioè insieme sulla stessa persona, ma da prospettive diverse.
Inoltre, abbiamo costanti riunioni professionali per confrontarci su casi e strategie.

E questo è il nostro gruppo di lavoro.
Vi ringraziamo per l’attenzione e… vi aspettiamo in Italia, in Toscana!
Grazie mille!

Moderatore:
Grazie agli amici italiani.
C’è una domanda online: avete parlato di una valutazione o di un test. Potete dirci di più su questo strumento?

Risposta:
Grazie per la domanda.
Al momento non possiamo condividere il modulo di valutazione, perché è in corso la registrazione e la protezione del copyright.
Ma, probabilmente, alla prossima conferenza, il prossimo anno, saremo felici di condividerlo con voi.

Moderatore:
Un’ultima domanda da parte del pubblico online:
“Visto che il vostro programma può essere esteso o adattato, avete obiettivi e criteri di successo diversi per chi è valutato a livelli di rischio differenti?”
Risposta:
Sì. Facciamo la valutazione del rischio in tre momenti del percorso.
Naturalmente, il proseguimento del programma dipende non solo dai criteri legali, ma anche dal livello di prontezza personale del partecipante.
Possiamo quindi adattare il percorso in base ai risultati della valutazione, ma sempre in coordinamento con la Procurae, quando necessario, con il giudice.
Questo è previsto dalla legge italiana, in vigore dal marzo 2025.

Intervento del facilitatore (Jacopo):
Dal punto di vista facilitativo, tutto questo significa osservare i progressi reali della persona.
Non solo i dati dei questionari, ma anche il comportamento quotidiano:
come parla,
se arriva puntuale,
se rispetta le regole del gruppo,
se ascolta gli altri,
se usa un linguaggio meno aggressivo,
se condivide successi o difficoltà,
oppure se, a volte, mostra ancora comportamenti abusivi verso il gruppo o i facilitatori.
Ogni piccola sfumatura conta.
Ed è proprio qui che l’approccio multidisciplinare è fondamentale:
magari io noto qualcosa che il mio collega non vede, o viceversa.
Quindi raccogliamo impressioni condivise, ci confrontiamo, ci chiediamo:“Questa persona ci sta manipolando o sta davvero cambiando?”
E da lì decidiamo come procedere.

Moderatore:
Grazie, davvero.
Siamo quasi nei tempi, faremo una breve pausa di cinque minuti come ieri, poi inizieremo con l’ultima presentazione della giornata, quella di April.
Grazie ancora al team italiano per l’intervento!

Giulia Gabriele and Jacopo 2025 BISC-MI Conference Survey Results

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