26 Settembre 2026

Il nostro modo di lavorare nel CUAV

foto_gruppo_compressa

Non tutti i CUAV lavorano allo stesso modo e non esiste un unico modo di accompagnare una persona in un percorso di cambiamento. Associazione LUI lavora sul tema della violenza fin dalla sua nascita, nel 2008, da questa esperienza è nato il P.U.M. – Programma Uomini Maltrattanti, oggi inserito nel più ampio quadro dei CUAV – Centri per Uomini Autori o potenziali Autori di Violenza. Il nostro Centro è accreditato e inserito nell’Elenco dei CUAV tenuto dal Ministero della Giustizia. L’accreditamento è importante: definisce requisiti, responsabilità e standard. Ma, per noi, rappresenta un punto di partenza, non un punto di arrivo. Negli anni abbiamo costruito una nostra cultura di lavoro, mettendo insieme esperienza sul campo, studio, ricerca, confronto internazionale, conoscenza del sistema giudiziario e lavoro di rete, non pensiamo che sia l’unico modo possibile di lavorare. È il nostro modo!

  • Il cambiamento ha bisogno di tempo. Cambiare comportamenti, modi di pensare e modalità relazionali consolidate difficilmente avviene in poche settimane. Per questo abbiamo scelto percorsi prolungati, prevalentemente di gruppo, con incontri che possono essere anche bisettimanali e colloqui individuali quando necessari. Il cambiamento, infatti, non si misura soltanto attraverso ciò che una persona dice di avere compreso, si osserva nel tempo, soprattutto quando torna a confrontarsi con la frustrazione, il rifiuto, la separazione, la gelosia, il conflitto, la genitorialità e le relazioni della vita quotidiana.
  • Responsabilizzare, non significa umiliare, non lavoriamo per trovare spiegazioni che assolvano la violenza. Lavoriamo perché la persona possa progressivamente smettere di trovarne, riconoscendo le proprie scelte, le loro conseguenze e le alternative possibili.
  • La multidisciplinarietà non significa semplicemente mettere nella stessa équipe psicologi, educatori, giuristi e professionisti con competenze differenti. Significa qualcosa di più: permettere ai diversi saperi di incontrarsi e di contaminarsi reciprocamente durante tutte le fasi del percorso. Nessuno deve diventare il professionista dell’altro. Ma ciascuno deve imparare qualcosa del suo sguardo. Chi ha una formazione psicologica deve comprendere anche che cosa può significare, nella vita di una persona, una misura cautelare o una decisione del Tribunale. Chi possiede una formazione giuridica deve saper riconoscere dinamiche di minimizzazione, negazione e deresponsabilizzazione. Chi lavora sul piano educativo deve poter leggere anche gli aspetti relazionali, familiari e di rischio, è questo scambio che permette di formulare domande nuove, vedere elementi che un unico sguardo potrebbe non cogliere e, qualche volta, mettere in discussione anche il proprio modo di leggere le situazioni. Cerchiamo quindi di evitare un lavoro diviso in blocchi, preferiamo pensare al CUAV come a un continuum, nel quale le diverse competenze attraversano la presa in carico, la valutazione, il gruppo, i colloqui, il rapporto con l’inviante e il lavoro di rete. Perché la persona che arriva al CUAV non arriva divisa in una parte psicologica, una giuridica, una educativa e una sociale, la persona è una, il percorso è uno. I saperi sono diversi, ma devono imparare a lavorare insieme.
  • Molte persone arrivano oggi ai CUAV all’interno di procedimenti penali, misure cautelari, sospensioni condizionali della pena o percorsi di esecuzione penale. Conoscere il sistema giudiziario, quindi, per noi è parte del lavoro. Le procedure, i magistrati, le Forze dell’Ordine e gli avvocati non sono “nemici” del percorso, hanno funzioni e responsabilità differenti, che devono essere comprese e rispettate. Difesa nel procedimento e responsabilizzazione nel CUAV sono dimensioni diverse. Proprio per questo possono dialogare senza confondersi. Crediamo molto anche nella possibilità di una educazione reciproca con l’avvocatura: chi lavora nei CUAV può aiutare a comprendere meglio le dinamiche della violenza e della deresponsabilizzazione; gli avvocati possono aiutare gli operatori a comprendere sempre meglio garanzie, diritto di difesa, procedure e conseguenze concrete delle decisioni giudiziarie, anche questa, per noi, è multidisciplinarietà.
  • Il CUAV non è un’isola, un percorso può incrociare Autorità giudiziaria, Forze dell’Ordine, UEPE, istituti penitenziari, servizi sociali e sanitari, Centri Antiviolenza e altri soggetti del territorio. Per questo il rapporto con la rete e con l’inviante non è un adempimento burocratico, ma una parte integrante del lavoro. Lo stesso vale per la continuità tra carcere e territorio: quando possibile, cerchiamo di evitare che un percorso iniziato durante la detenzione si interrompa con il ritorno alla vita esterna, proprio nel momento in cui quanto appreso viene messo alla prova nelle relazioni reali. E quando ci sono figli e figlie, lavorare sulla violenza significa necessariamente interrogare anche la genitorialità: ciò che i bambini hanno visto, ascoltato, percepito e vissuto non può restare fuori dal percorso. Una parte importante della nostra crescita deriva infine dal confronto con altri programmi, anche internazionali, e in particolare con l’esperienza nordamericana dei Batterer Intervention Programs. Non ci interessa importare modelli costruiti altrove, ci interessa confrontarci, studiare pratiche differenti, osservare ciò che funziona e ciò che non funziona e, soprattutto, continuare a mettere in discussione anche noi stessi. Perché un metodo che non accetta di essere interrogato rischia, prima o poi, di diventare semplicemente un’abitudine.
  • Dopo tanti anni continuiamo quindi a cercare di tenere insieme ciò che troppo spesso viene separato: accoglienza e responsabilità, ascolto e confronto, relazione e valutazione, diritto di difesa e responsabilizzazione, carcere e territorio, percorso individuale e lavoro di rete, professionalità differenti e linguaggio comune. Non crediamo nelle scorciatoie e non pensiamo che la semplice partecipazione a un programma sia, da sola, la prova di un cambiamento. Cerchiamo di costruire le condizioni perché le persone possano riconoscere ciò che hanno fatto, comprenderne le conseguenze, assumersene progressivamente la responsabilità e imparare a scegliere comportamenti diversi.

 

Questa, nel tempo, è diventata una parte importante della cultura di Associazione LUI. Perché il cambiamento, per noi, non si certifica automaticamente. Si costruisce, si osserva e si valuta nel tempo.

Potrebbero interessarti

714N4HPNB7L._AC_UF894,1000_QL80_
6 Luglio 2026

American History X

Questo film ci è stato consigliato durante una formazione da Susan Cayouette di EMERGE, uno dei programmi pionieristici a livello mondiale nel trattamento degli autori di comportamenti violenti, presso il quale abbiamo avuto l’opportunità di formarci e con cui continuiamo a mantenere rapporti di collaborazione e confronto professionale. Si...

8marzo_3-1
4 Marzo 2025

L’8 marzo è davvero tutto l’anno? Parliamone con “LUI” per tutelare lei

Nell’ambito delle iniziative organizzate dal Comune di Campiglia Marittima per la ricorrenza dell’8 Marzo, la Fidapa BPW Italy Distretto Centro e la Sezione San Vincenzo-Val di Cornia organizzano sabato 8 marzo 2025 alle 16.30 presso la Saletta “La Pira” Venturina Terme, un incontro con l’Associazione “LUI” di Livorno, punto...

locandina
6 Aprile 2024

C’è ancora domani

Purtroppo non ho avuto l’opportunità di andare al cinema per vedere l’ultimo film di Paola Cortellesi, “C’è ancora domani”, ma adesso che per fortuna è arrivato su Netflix, l’ho potuto vedere e non posso non provare a scrivere qualcosa su questo film, sperando, come sempre, di far assumere, in...