1 Giugno 2016

Con-Com-passione

Con-Com-passione

Ogni volta le parole e l’inchiostro si sprecano invano. Ogni volta si cita il nome dell’ultima vittima di femminicidio, quella morte che ci ha colpito per la particolare efferatezza degli atti violenti, senza poi cambiare niente.

Crediamo fermamente che tutti noi, uomini e donne, abbiamo il grande potere di rendere migliore la società, senza aspettare che il miglioramento arrivi dall’alto. Abbiamo la responsabilità di farlo.

Ok la redazione e l’applicazione delle leggi, Ok la formazione, l’educazione e la prevenzione contro la violenza di genere: ma noi cosa possiamo fare concretamente nella nostra quotidianità, oggi?

Come minimo possiamo compatire, ovvero partecipare emotivamente alle sofferenze altrui. Una partecipazione emotiva che non sia pietismo, buonismo e/o disperazione, ma che ci tocchi nel profondo, tanto da creare una sorta di anticorpi affinché quella sofferenza e quella violenza possa essere combattuta. Basta una telefonata al 113, una segnalazione ad un Centro Antiviolenza, un ascolto attivo del non-detto di una donna in difficoltà e molti altri piccoli-grandi gesti per dar prova di aver “attivato” gli anticorpi della compassione, non serve essere eroi. Invece di scacciare il dolore, proviamo ad affrontarlo perché quella persona che agisce violenza potremmo essere noi. Impegniamoci dunque a nominare la violenza ed a provare a entrarci in contatto, facendosi aiutare ad affrontarla ed evitarla nel futuro.

La mancanza di compassione, al contrario, crea una “dissociazione emotiva” (non in senso psicologico ma “di fatto”) che getta le fondamenta dell’egoismo, dell’individualismo, dell’androcentrismo, della barbarie, dei totalitarismi.

La mancanza di compassione, nei femminicidi, ci rende (come uomini) indifferenti rispetto alle sofferenze inferte all’altra: ci rende feroci.

Fermiamoci un attimo. Interroghiamoci: Se capitasse a me? Cosa significa violenza? Cosa significa rispetto? Parità tra sessi?

Dopo la compassione, a nostro avviso, sarebbe auspicabile lavorare con-passione sulle politiche di genere e del contrasto alla violenza di genere (prevenzione, formazione, educazione, gestione, reinserimento): dedicare risorse ed energie al progresso della società.

Ma, a livello più basso, in silenzio (senza troppo battage mediatico), nel quotidiano, possiamo modificare i nostri comportamenti. Questo significa fare politica di genere, significa fare antiviolenza, nell’attesa di una piena applicazione della Convenzione di Istanbul da parte del nostro Stato.

Ad ogni passo, un dubbio. Ad ogni caduta, un appiglio per alzarsi. Ad ogni passo in avanti, la consapevolezza di avere fatto il proprio dovere.

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