1 settembre 2014

Un’estate caldissima (a parte il meteo)

Un'estate caldissima (a parte il meteo)

Oramai stiamo rotolando verso la fine di questa strana estate, che verrà sicuramente ricordata per le “bombe d’acqua” e per le temperature primaverili.

Dal canto mio l’estate 2014 resterà storica perché ha visto celebrare il mio matrimonio ed il successivo viaggio di nozze in giro per il Mediterraneo. Questo particolare periodo di grazia, per me e la mia famiglia, ha avuto come contro-altare le molte tragedie accadute nel mondo.

Tra quelle di cui ho viva memoria cito la nuova grave crisi in Medio-Oriente, quella tra Russia ed Ucraina, l’epidemia di ebola in Africa e le preoccupanti azioni dei miliziani dell’Isis in Iraq (e altrove).

Questi sconfortanti fatti di cronaca si aggiungono, peraltro, ad un panorama europeo ed italiano certamente non roseo, che ci vede ancora dentro ad una forte crisi economica e sociale.

La domanda è: cosa possiamo fare nel nostro piccolo per essere socialmente utili? Una risposta precisa non credo ci sia, ognuno ha nelle proprie corde una melodia che può suonare per cercare di creare una maggiore armonia collettiva.

Ripartire dall’educazione, per esempio, potrebbe essere un punto di ri-partenza, ma non quella demandata alla scuola; mi riferisco a quella che possiamo testimoniare con le nostre singole vite, con tutti i limiti della nostra condizione umana.

In questo mese di agosto ho avuto modo di leggere tre libri, che mi hanno in qualche modo stimolato a scrivere questo articolo ed a cogliere buoni punti di ri-partenza.

Il libro che ho letto con maggior curiosità è stato “L’educazione (im)possibile. Orientarsi in una società senza padri” di Vittorino Andreoli (ed. Rizzoli, 2014). In questo saggio, apparentemente pessimista ed antifemminista (ma in realtà si tratta di un “mea culpa”), si parla di alcuni “mali” della società contemporanea: dell’educazione mancata, dell’educazione confusa e folle ed infine di alcune ipotesi – speranzose – di educazione possibile (nell’oggi e nel domani).

L’autore ritiene che da “un’educazione mancata” e da una “confusa” si producano generazioni di maleducati, trasgressivi ed immaturi. Non è una conclusione semplicistica e tranciante, essa deriva da un ragionamento molto più ampio che vi invito a leggere (non è questa una recensione), altrimenti si rischierebbero fraintendimenti e facili classificazioni.

Ho trovato nel saggio cose non condivisibili ma anche alcuni stimoli, tra cui l’analisi del modo in cui molti giovani sostituiscono il mondo reale con quello virtuale.

Non vi è dubbio che una grossa parte dell’educazione, nel senso più nobile del termine (come affinamento delle sensibilità, ndr), sia influenzata dalla Rete, dal Web. Un interessante paragrafo del libro predetto si intitola infatti “Internet e educazione (clicco ergo sum)”, in cui l’autore si focalizza sul problema della creazione di reali legami affettivi tra gli adolescenti: la sfida è quella di riuscire a non demonizzare la Rete ed i Social Networks (l’autore peraltro definisce Internet uno strumento straordinario ed efficace) ed al contempo educare gli adolescenti a percepire la differenza tra emozioni (risposte che seguono immediatamente ad uno stimolo) e sentimenti (legami durevoli che non dipendono dalla frequentazione assidua).

Sembra banale parlare di questi concetti ma spesso non ci accorgiamo che oggi la vita di molti adolescenti è ricchissima di emozioni (condivisibili e/o “messi in vetrina” sulla Rete) ma povera di sentimenti. Laddove vi siano veri sentimenti, poi, si fa molta fatica a gestirli ed alimentarli.

Secondo Andreoli, solo dopo aver compreso la distinzione tra emozione e sentimenti si potrà condurre gli adolescenti ai successivi “step”: l’educazione alla relazione con l’altro, l’educazione alla relazione col gruppo dei pari età, l’educazione alla relazione col consesso umano.

Gli altri due libri che ho scelto di leggere sono stati scritti da donne, donne speciali e differenti tra loro, che testimoniano con le proprie vite l’emancipazione  femminile dal 1968 ad oggi: si tratta di “Scelte difficili” di Hillary Rodham Clinton (ed. Sperling & Kupfer, 2014) e “Io ci sono. La mia storia di non amore” di Lucia Annibali (ed. Rizzoli, 2014).

Nel primo saggio, scritto dalla ex-Segreteria di Stato USA (nonchè ex-First Lady), quello che mi ha colpito maggiormente è la capacità di stare nella cosiddetta “sala dei bottoni” restando fortemente attaccata a quegli ideali che hanno contraddistinto il proprio percorso di vita sin dai tempi dell’università.

Uno dei passaggi che più mi ha convinto è il seguente: “…Ciò che vale per le nostre vite quotidiane vale anche per le problematiche che si pongono all’attenzione degli alti vertici del governo…Ciascuno di noi si trova di fronte a scelte difficili, nella propria vita. Ad alcuni ne toccano più che ad altri…Accudire un bambino malato o un genitore anziano. Trovare i soldi per pagarsi il College e poi un buon impiego. Sapere che cosa fare quando capita di perderlo. Dobbiamo decidere se sposarci, o se restare sposati. E come offrire ai nostri figli le opportunità che sognano e meritano. Il senso della vita risiede proprio nel compiere simili scelte ed il modo in cui le affrontiamo definisce la nostra identità. …”.

Ho apprezzato lo sforzo dell’autrice nel descrivere la fase (conflittuale) precedente al suo mandato di capo della diplomazia USA nel primo governo Obama, in cui era l’avversaria numero uno proprio dell’attuale Presidente, per la corsa alla Casa Bianca tra i Democratici. Ho apprezzato meno quel “pò” di trionfalismo retorico, ad uso e consumo dell’elettorato americano che, probabilmente, la vedrà come nuova candidata alla presidenza: dopo il primo afroamericano potrebbe esserci la prima Presidenta. Vedremo.

In ultimo, ma non certo per importanza, segnalo il saggio di Lucia Annibali, la giovane avvocatessa di Pesaro sfregiata con l’acido da un uomo incappucciato nell’aprile 2013.

Quello che più conta è il coraggio della testimonianza diretta alle altre donne vittime (più o meno consapevoli) di violenza di genere (rectius, violenza maschile contro le donne, in quanto tali). Non c’è niente di più doloroso che ripercorrere il calvario della Annibali: dalla sera del vigliacco agito violento, al decorso ospedaliero, alla rivisitazione della propria storia di non amore, alla presa di coscienza della nuova identità e dignità, alla vicenda strettamente processuale, fino alle prospettive future della propria vita.

Quel che rimane di questo percorso a ritroso nella vita dell’autrice è la forza e la dignità di una giovane donna che ha scelto di mostrarsi per come è, ovvero, una bella e giovane donna.

Una donna ricca, o meglio, arricchita (umanamente) da questa orribile vicenda umana che ha scelto di non nascondersi, bensì di essere un riferimento per chi ancora si trova dentro dinamiche di violenza di genere, non riconosciuta e/o non nominata.

Le ci dice “io ci sono!” e noi le diciamo “grazie!”. Davvero.

(Gabriele Lessi)

 

 

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