20 marzo 2013

Seminiamo la felicità

Seminiamo la felicità

Oggi, con questo scritto e con il sorriso contagioso di Albertone, intendiamo celebrare la prima “giornata mondiale della felicità”, indetta dall’ONU lo scorso anno.

Come ci ricorderebbe Schopenhauer, la felicità (nello specifico il piacere e la gioia) non è che un intervallo, fugace ed illusorio, tra la noia e il dolore…ma il segreto sta nel saper ampliare l’oscillazione del pendolo della vita, gustando i momenti sereni.

La “ricerca della felicità” è un diritto incastonato nella costituzione degli Stati Uniti d’America, e, in generale, ogni essere umano naturalmente vi tende: ma chi può dichiararsi realmente felice e realizzato? C’è sempre un “quid” che altera o che manca.

La saggezza di Teresa di Calcutta ci insegna che la felicità è un percorso, non un punto d’arrivo, per cui vale la pena essere felici sin dall’inizio della strada.

Certo sembra paradossale parlare di felicità in un momento storico di recessione economica, ove il bene primario, dopo la salute, è il tanto agognato lavoro.

La felicità, in questo momento, pare essere “cosa” appannaggio di chi ha un reddito stabile e cospicuo, di chi ha una posizione di potere, di chi può permettersi ancora di progettare viaggi e case al mare.

Questo è quello che la nostra società ci propone, o meglio, ci impone.

Essere fuori dagli stereotipi del benessere moderno, spesso, ci produce ansia da prestazione e, di conseguenza, infelicità. In fondo, se ci pensiamo davvero sopra, chi impone i “canoni” della felicità, probabilmente fa il proprio tornaconto, generalmente immaginando un ritorno economico.

Io penso, al contrario, che la felicità solo in parte possa essere influenzata da logiche “consumistiche”, mentre una parte, che definirei “intimissima”, è demandata esclusivamente a noi ed al nostro impianto valoriale.

Chi ha avuto, come me, la fortuna nella vita di ricevere i “semi” della felicità, sa cosa intendo dire: il nostro “spirito” è il seme che germoglierà nei momenti di siccità.

Faccio un esempio, tra i tanti, come avrebbe fatto Nelson Mandela a resistere 27 anni, dico 27, nel carcere di Robben Island (Sud Africa), se non fosse stato munito dei semi della felicità?

Oggi siamo molto carenti di “contadini della felicità”.

Nessuno semina più: le famiglie moderne, con genitori lavoratori, usualmente delegano il ruolo della saggezza ai nonni, laddove questi siano presenti ed in salute. Le istituzioni scolastiche, spesso vittime di tagli economici dallo stato centrale, non stimolano gli insegnanti a fare più del dovuto, e comunque difficilmente possono colmare il “gap” familiare. Le istituzioni religiose non sembrano essere luoghi di interesse per i giovani e, non ultimo, perdono acqua da tutte le parti (per essere gentili), resistono solo alcune realtà virtuose, sorrette da uomini e donne perbene. I partiti politici sono stati smaterializzati dai movimenti, per non parlare delle ideologie.

Tutti i luoghi di incontro sono stati sostituiti da networks virtuali, dove ognuno accede in solitario.

I sacrifici, specie per i giovani, sono retaggio del passato. Tutto sembra avere un prezzo, di conseguenza anche la felicità.

Quello che intendo dire, quando mi riferisco ai “contadini della felicità”, è che c’è urgenza di testimonianze vive di uomini e donne felici per quel che sono, non solo per quel che possiedono.

In questo passaggio stagionale tra inverno e primavera c’è ancora un barlume di speranza. Nello scorcio di questi primi mesi del 2013 sono rimasto colpito da tre “contadini della felicità”, che spero abbiano potuto seminare molto.

La sera del 14 febbraio scorso mi sono commosso ascoltando la “lettera ai giovani” di Roberto Baggio durante una serata sanremese. Chi conosce solo il grande calciatore, da quel giorno ha conosciuto anche il grande uomo.

Baggio ha parlato ai giovani (inclusi i suoi figli) senza dare lezioni formali, bensì proponendo 5 parole chiave su cui riflettere: passione, gioia, coraggio, successo e sacrificio.

Proprio sulla parola successo, il “Divin Codino” diceva:  “Se seguite gioia e passione, allora si può parlare anche del successo, di questa parola che sembra essere rimasta l’unico valore nella nostra società. Ma cosa vuol dire avere successo? Per me vuol dire realizzare nella vita ciò che si è, nel modo migliore. E questo vale sia per il calciatore, il falegname, l’agricoltore o il fornaio.

Ma il meglio lo aveva riservato per la parola sacrificio: “…Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. La giovinezza è il tempo della costruzione, per questo dovete allenarvi bene adesso. Da ciò dipenderà il vostro futuro. Per questo gli anni che state vivendo sono così importanti. Non credete a ciò che arriva senza sacrificio. Non fidatevi, è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni la realtà…”.

Un secondo “contadino della felicità”, anzi, signora “contadina”, ha seminato durante il proprio discorso inaugurale da Presidente della Camera dei Deputati, il 16 marzo scorso, Laura Boldrini: “…ll mio pensiero va a chi ha perduto certezze e speranze. Dovremmo impegnarci tutti a restituire piena dignità a ogni diritto. Dovremo ingaggiare una battaglia vera contro la povertà, e non contro i poveri. In questa aula sono stati scritti i diritti universali della nostra Costituzione, la più bella del mondo. La responsabilità di questa istituzione si misura anche nella capacità di saperli rappresentare e garantire uno a uno. Quest’aula dovrà ascoltare la sofferenza sociale. Di una generazione che ha smarrito se stessa, prigioniera della precarietà, costretta spesso a portare i propri talenti lontano dall’Italia. Dovremo farci carico dell’umiliazione delle donne che subiscono violenza travestita da amore. Ed è un impegno che fin dal primo giorno affidiamo alla responsabilità della politica e del Parlamento…”.

Un terzo “contadino” sta seminando di continuo dal 13 marzo scorso, si tratta di Papa Francesco. L’ultima semina è avvenuta durante l’omelia per la Messa di intronizzazione di ieri: “ …Il tema è la “custodia” dell’altro, dell’ambiente, del creato. Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza: il prendersi cura chiede bontà. Il vero potere è il servizio, soprattutto dei più deboli e dei più poveri…”.

Quante sfide attendono ancora questi “seminatori” (soprattutto gli ultimi due…), ma anche tutti i “seminatori invisibili”: forse saranno le sfide più difficili e delicate, le scelte da cui dipenderà molto del nostro futuro.

Certamente la loro testimonianza di vita ha concesso, e concede, a molti il privilegio di attingere alla “fonte della felicità”, anche e soprattutto attraverso i media, che possono divenire un potentissimo mezzo di diffusione “virale” di speranza.

(GL)

(Per visitare i siti ufficiali dell’evento: http://www.un.org/en/events/happinessday/index.shtmlhttp://www.dayofhappiness.net).

 

 

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