25 ottobre 2013

Quanto del maschile è negli spogliatoi

Quanto del maschile è negli spogliatoi

Come moltissimi altri tra di voi, chi vi scrive, è un soddisfatto frequentatore di palestra e prima ancora di molte altre discipline sportive, di squadra e non.

Fare attività sportiva insieme ad altre persone, in strutture organizzate, ha normalmente la conseguenza di usufruire degli spogliatoi, sia prima che dopo l’attività fisica.

Entrare in uno spogliatoio (per la mia esperienza ovviamente mi riferisco a quello maschile) è un po’ come entrare in un “tempio del corpo”, dove si mette a nudo – non metaforicamente – quel tanto (o quel poco) di muscoli e carne che ci ritroviamo addosso.

Le esperienze con lo spogliatoio inevitabilmente scandiscono età e fasi della vita e spesso segnano l’ingresso ufficiale nella maschilità: l’iniziazione.

Non certo senza fatica e vergogna.

All’inizio dei miei “vissuti di spogliatoio”, in tenera età, mi ricordo che alcune mamme entravano ad aiutare i loro bambini a rivestirsi, o, peggio ancora, a cospargerli di talco.

Dunque, in quell’epoca, la nostra “privacy virile” era scarsamente tutelata e non c’era molto modo di vivere veramente la sensazione di “tribù con la clava”, per via della presenza di alcune mamme-rivestitrici.

Ben presto, però, quelle mamme hanno dovuto rispettare il naturale avanzare del testosterone ed hanno lasciato da soli noi adolescenti.

Avete presente l’adolescenza, ovvero quel periodo dove il tuo coetaneo è più lungo di te, più largo di te, forse con meno acne. Ecco.

Da lì in poi è la fine.

Inizia una sfida che ti mette di fronte la tua condizione fisica come unico, o raro, strumento di lotta nel mondo.

Crescendo si capisce che non è sempre e solo così, tuttavia, a Livorno (ma non solo) la sfida continua anche in età avanzata: non è raro vedere 40-50-60-70enni aitanti in cerca di confronto, o forse di sola esibizione.

Quanto del nostro sentirci maschi risiede nella tartaruga sulla pancia? lato A si intende (io sono felice possessore di lato B, seppur tonificato dalla palestra).

I Romani, che erano tutto meno che fessi, avevano parlato di “mens sana in corpore sano” non per niente.

Tuttavia, Giovenale (colui che creò questa locuzione latina), non si riferiva all’attuale interpretazione, per cui si intende una “correlazione tra benessere della persona e benessere del fisico”, piuttosto poneva l’accento – stigmatizzando – sulle vanità che gli uomini cercano di ottenere nella vita terrena: ricchezza, fama e onore.

Egli riteneva, al contrario, che l’uomo dovrebbe aspirare solamente a due beni preziosi: “la salute dell’anima e la salute del corpo”, poiché il “vero sapiente” si rende conto che ricchezza, fama e onore sono beni effimeri e talvolta dannosi.

Quanta saggezza sprecata.

Oggi, mentre mi rivestivo in spogliatoio, mi sono divertito ad osservare il piccolo microcosmo maschile presente nella mia palestra, notando una grande varietà di stereotipi di “maschio contemporaneo”.

C’era il quarantacinquenne depilato abbronzatissimo, tarchiato e muscoloso, che faceva il simpatico con battute sul malgoverno, della serie “piove, governo ladro”, esibendo volutamente la sua virilità in mezzo ad altri dieci uomini in fase di vestizione, molti a lui sconosciuti.

Sembrava una scena tragi-comica, come un comizio alla Totò (“vota Antonio La Trippa”, ndr), nel quale il dotto oratore pontificava munito di soli calzini bianchi da sport.

Potrete capire che per i primi dieci secondi la cosa poteva anche apparire simpatica e casuale, ma dopo dieci minuti era catalogabile solo come “mostra temporanea del miglior gioiello di famiglia”, contornato da favolosi tatuaggi in stile “Maori”.

Mettendo da parte il merito dei discorsi e la posizione scenica teatrale centrale, ho riflettuto sul fatto che il tipo stava davvero commisurando il proprio ego, il proprio sentirsi un maschio OK nel mondo, con la propria appendice pubica, evidentemente ritenendo esistente una corrispondenza immediata tra “virilità, maschilità, saggezza” e, appunto, l’appendice.

Nello stesso momento c’era, in un angolo (ovviamente) un tipo con il fisico alla Woody Allen che modestamente stava indossando una normalissima canotta grigia che sorrideva a mezza bocca con occhi malinconici, che nella mia interpretazione esprimevano un “vorrei ma non posso”.

Certo, si tratta di una fotografia di una realtà limitatissima, non un campione rilevante di popolazione maschile italiana, però il suo significato, a mio avviso, ce l’ha.

Tutto ciò per ribadire il fatto che spesso, da piccoli frammenti di realtà, si può intravedere una parte del tutto, traendone quindi insegnamento e spunto per una rilettura critica dei nostri modelli di maschilità.

Non ho mai capito se le donne fanno lo stesso confronto delle appendici che facciamo noi, oppure se la loro evoluzione come “homo sapiens” ha raggiunto livelli irraggiungibili per noi.

Comunque sia, vale la pena di vigilare sullo stato dell’arte “dell’essere uomo oggi” nelle nostre rappresentazioni quotidiane del genere maschile…aspettando che il tipo alla Woody Allen prenda finalmente il proprio posto sul palcoscenico dello spogliatoio.

(Gabriele Lessi)

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