8 maggio 2014

Pedagogia Nera

Pedagogia Nera

L’espressione pedagogia nera” è un termine introdotto in un libro curato da Katharina Rutshky, Schwarze Pädagogik, una antologia critica della letteratura pedagogica popolare dalla quale Alice Miller attingerà abbondantemente. Benché il termine non sia stata creata da Miller, l’espressione è associata al nome della psicanalista polacca Alice Miller, autrice di diversi libri, tra cui quello a me più caro: Il dramma del bambino dotato e la ricerca del vero Sé”.

Per pedagogia nera si intende un atteggiamento (da parte di un educatore, educatrice) che pretende di insegnare al bambino, alla bambina, la morale, la correttezza e la sincerità, credendosi autorizzat* a ricorrere, per ottenere il suo scopo, a punizioni corporali, menzogne, inganni, manipolazione e così via. (ndr, l’asterisco non è casuale ma dettato dalla grammatica di genere, la parola asteriscata si legge al maschile e al femminile).

La pedagogia nera è spesso il mascheramento dell’abuso di potere che l’adult* compie su bambin*, un tipo di abuso pienamente legalizzato, comunemente chiamato “educazione”. Si tratta in realtà dell’incapacità genitoriale di porsi in relazione con la prole in modo non violento e sincero, credendo erroneamente che per ottenere rispetto dai figli si debbano usare metodi violenti.

Banalmente, se ci soffermiamo a pensare, perché un educatore, una educatrice – persone scientificamente formate a porsi in relazione con gli educandi – non si sognerebbero mai di punire fisicamente una persona e invece, al contrario, un genitore (persona spesso non formata a fare il genitore) si sente legittimat* a ricorrere a punizioni fisiche nei confronti della propria prole.

Nei suoi scritti Alice Miller ha sollevato con chiarezza il problema della violenza sui bambini come causa delle disfunzioni in età adulta, convinta tuttavia che questo discorso fosse compatibile con l’impianto fondamentale della psicoanalisi. Le opere della Miller sono intrise di una forte componente autobiografica, per il fatto che sua madre la sottoponeva (da bambina) a un vero e proprio muro di silenzio: non le parlava per giornate intere, affermando in questa maniera il proprio potere su di lei, senza spiegare alla figlia per cosa venisse punita. Se da bambina Alice avesse saputo che la si stava trattando in modo ingiusto, la situazione sarebbe stata più tollerabile.

Non è facile per un* bambin* mettere in discussione i propri genitori e il loro operato educativo, più facile è pensare che siano i genitori ad aver ragione, lasciando spazio a interrogativi sulle proprie colpe: la bambina che cerca di capire la ragione del comportamento violento della propria madre, del proprio padre, lascia il posto a un’adulta che ha ormai rimosso i sentimenti infantili, ma si porta dentro il peso di quel senso di colpevolezza, di quel trattamento sadico e ingiusto, di quella mancanza d’amore.

La violenza subita è il “rimosso per eccellenza”, ciò che è al fondo del malessere di molti e della ferocia di alcuni; una violenza non analizzata per bene tende a perpetuarsi nel ciclo della vita, chi ne è stat* vittima sovente diventa a sua volta carnefice: chi da adult* esercita violenza di solito è stat* vittima di violenza, in almeno una occasione, durante la propria infanzia.

Il primo passo per spezzare tale circolo è (ri)conoscere cosa sia la violenza, nominandola. La continuazione della violenza invece è resa possibile dalla rimozione. Se l’adult* riesce a nominare la violenza, iniziando così un percorso di fuoriuscita dai comportamenti violenti e accedendo poi alla sua verità personale più nascosta (i maltrattamenti subiti nell’infanzia), il circolo vizioso della violenza si può spezzare. Non è impresa facile perché purtroppo la violenza permea anche l’infanzia, anche nelle situazioni dove, in apparenza, non c’è violenza.

La costante richiesta dei genitori ai loro bambin* è quella di “fare i bravi”, di “essere buoni”. Se così non è, il bambino può essere rimproverato in maniera violenta o addirittura picchiato, oppure può accadere che i genitori mostrino di volergli meno bene: è difficile dire quale delle tre cose provochi più sofferenza al bambino.

In ogni caso il bambino cercherà di adeguarsi alle esigenze dei genitori, mettendo da parte le proprie, ma soprattutto ritenendo “normale”  l’agito violento per la (ri)conquista del controllo su chi non si era adeguato alle regole dettate. La prole diventa come i genitori vogliono che sia, rinunciando totalmente ai propri bisogni più autentici e dipendendo interamente dal riconoscimento dei genitori. È questa l’alienazione del bambino.

In buona sostanza nessuno saprà leggere il “non verbale”  nei comportamenti di bambin*, facendol* rimanere inascoltat*. In questo meccanismo, tanto semplice quanto rischioso, il bambino, la bambina non è sé stess*, ma è come i genitori vogliono che sia, sviluppando, col tempo, un falso Sé. L’adult* anch’ess* vivrà in questa stessa alienazione, con questo stesso falso Sé (fino a quando non riuscirà a trovare la via d’accesso al proprio Sé e alla propria infanzia).

Questo certamente non significa che i genitori (che rimangono la prima inalienabile fonte educativa) non possano esercitare il legittimo dovere di “educazione alla vita”  nei confronti della prole (anche con correttivi educativi), piuttosto si vuole stimolare una seria riflessione degli educatori ed educatrici primari affinché – nel rispetto delle regole di convivenza e collaborazione endo-familiare – lascino sgorgare dai figli le proprie capacità, inclinazioni naturali ed aspirazioni (così come tra l’altro prescrive il nostro codice civile) senza effettuare “forzature educative” che rappresentino esclusivamente la personalità, le aspirazioni e le frustrazioni genitoriali.

L’invito è quindi quello di fermarsi a riflettere bene sul significato del termine violenza e sul potenziale uso che se ne può fare contro i minori (anche in chiave “educativa”), i quali non possono opporsi a ciò che “ricevono” poiché lo ricevono proprio da coloro che amano più di ogni altra cosa.

 JP

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