27 novembre 2012

Padri inadempienti: quando la giurisprudenza (seppur di Cassazione) non basta

cassazione

E’ davvero interessante e meritevole di commento la recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione (Prima Sezione civile, n. 5652/2012), nella quale, molto sinteticamente, viene riconosciuto il diritto al risarcimento economico ad un figlio (oggi ormai cinquantenne) a cui, il padre naturale, non aveva mai mostrato interesse: la violazione degli obblighi di mantenimento, istruzione ed educazione, determina un ‘vulnus’, dalle conseguenze di entita’ rimarchevole ed anche, putroppo, ineliminabili, a quei diritti che, scaturendo dal rapporto di filiazione, trovano nella carta costutuzionale e nelle norme di natura internazionale recepite nel nostro ordinamento, un elevato grado di riconoscimento e di tutela”.

A prescindere dal merito della questione, e dal caso concreto (risarcimento civile erogato dopo oltre 40 anni dal mancato riconoscimento del figlio, da parte del padre naturale), indubbiamente questa decisione dei giudici del “Palazzaccio” apre un grande dibattito sul ruolo genitoriale nella vita endofamiliare.

Ovviamente non possiamo che apprezzare questo orientamento giurisprudenziale, a cui, però vorremmo far discendere un’appendice di tipo culturale. Ecco perché la giurisprudenza non può bastare. Una seconda lettura, maliziosa, del disposto di questa sentenza (lettura del tutto strumentale al ragionamento che seguirà e non attribuibile ai giudici) potrebbe far emergere il sospetto che il disinteresse affettivo genitoriale (chiaramente estendibile alle donne) possa stimarsi e liquidarsi esclusivamente in termini economici e non, al contrario, anche in termini riabilitativi del rapporto umano. E’ del tutto appropriato e logico che le Istituzioni della giustizia rispondano al petitum richiesto, in termini giuridico-economici, ma il quesito che si vuol porre adesso, con questa pubblicazione è: quale Istituzione (statale o sociale) dovrebbe interessarsi ai problemi della famiglia (legittima o di fatto che sia) e dei rapporti umani che ne discendono?

Non ci interessa capire se i 25mila euro liquidati dai giudici al figlio siano pochi o abbastanza (stante la maggior richiesta fatta) per colmare il “gap” d’amore paterno, quel che ci impegna è capire quali ragioni e sofferenze vi siano dietro queste situazioni disaffettive. Quello che si può rilevare è la carenza di responsabilità maschile nella scelta (quando essa c’è) di diventare padre. La prima parte del codice civile italiano, specificatamente agli articoli 143 e seguenti, ci ricorda e ci avverte su quali siano i doveri del genitore, ma l’inchiostro non sarà mai abbastanza.

La coppia coniugale (o affettiva), nel  momento in cui genera prole, diventa (e lo diventa per sempre!) coppia genitoriale (come abbiamo visto, anche quando non c’è il riconoscimento legale del figlio da parte di un genitore). Il punto focale è che, molto spesso, la crisi della coppia coniugale/affettiva travolge, e sopprime, la coppia genitoriale e questo si ripercuote con danni gravi sulla vita degli incolpevoli figli. Questa realtà di infelicità è ravvisabile in moltissime città italiane, basti pensare che le ultime ricerche sulle città italiane più vivibili prendono in esame il fattore numero separazioni e divorzi, come indicatore del benessere cittadino.

Un ultimo profilo di interesse, non messo in rilievo, è la chance perduta dal genitore disaffettivo (ed inadempiente in termini materiali) di essere genitore, di godere della genitorialità. Anche quando la genitorialità si affronta tra mille difficoltà economico-sociali.

Niente ripaga di più di un sorriso di un figlio/a, mentre ti stai prendendo cura di lui/lei.

Voi cosa ne pensate?

per LUI

(GL)

 

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