13 maggio 2013

O con me o con nessun altro

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Con questo post noi di LUI vogliamo prendere posizione relativamente agli sconvolgenti fatti di cronaca nera di questi giorni, dopo aver già aderito alla Campagna “Ferite a morte”. Una posizione politicamente rilevante, che possa, nel suo piccolo, rappresentare un cambiamento, o almeno un segnale.

E’ ora che noi uomini prendiamo l’iniziativa di dire e fare qualcosa, senza aiuto altrui, perché siamo noi uomini (nella stragrande maggioranza dei casi) ad agire violenza sulle donne. C’è urgente bisogno di capire il perché di tanta inaudita e crudele violenza, altrimenti non riusciremo mai a fermare i carnefici.

Ma chi sono i carnefici?

Siamo noi i carnefici e anche se non lo siamo fisicamente, lo siamo culturalmente: rendendo la donna strumento del nostro piacere, strumento utile in famiglia, strumento ornamentale in TV.

Questo non vuol dire auto biasimarci preventivamente (se non abbiamo mai compiuto violenza fisica contro nessuno/a), significa solamente sovvertire le categorie culturali su cui si basa il rapporto uomo-donna, maschio-femmina, nel nostro paese, a partire dalla nostra quotidianità.

Un diamante è per sempre, ma un donna può non esserlo. Prendiamone atto. La fine di un amore, una separazione, un divorzio, un rifiuto, sono alcune delle possibilità con le quali dobbiamo imparare a fare i conti, soprattutto con noi stessi.

Attraversiamo dunque le emozioni negative, facciamo esperienza di queste, traiamone spunto per fare luce sulle nostre ombre e ripartiamo.

E’ evidente come il senso del possesso della “propria” compagna la faccia da padrona e come lo si estrinsechi, nella maniera più atroce, laddove vi sia un diniego di continuazione di una relazione da parte di una donna.

L’interruttore sull’OFF (premuto da una donna), di fatto, fa accendere l’ON della violenza maschile?

Non è possibile tollerare una giustificazione tanto meschina, tanto riduttiva. Questo è il retaggio degli stereotipi della società maschilista patriarcale, ove il “pater” dominava (non in senso figurato) sulla famiglia, a partire dalla moglie.

La fine di un rapporto, per quanto tribolata e sofferta possa essere, non rappresenta la sottrazione di un bene materiale. Rappresenta solo quel che è: un dispiacere, anche enorme, ma sempre tale.

La “nostra” donna non è un oggetto, bensì un essere senziente. La “nostra” donna  non è nostra, è dell’umanità, noi (fin quando le cose vanno bene) possiamo, al massimo, condividerci la nostra vita.

Gli esempi dei media, certo, non aiutano a far capire chi siano realmente le donne. Le veline (e le loro emuli), per esempio, rappresentano l’oggetto del possesso maschile, incarnato in forme femminili. La bellezza delle forme di quelle donne non è il problema (anzi), il problema è che quelle forme stanno lì a rappresentare non solo gli stereotipi femminili, ma anche la donna in quanto tale!

Dobbiamo avere il coraggio di dirci queste cose, evitando di pensare che noi non siamo fatti così. Purtroppo noi siamo fatti così e gli indicatori sociali (Istat compreso) ce lo dimostrano continuamente.

Quello che annichilisce di più nell’attuale femminicidio, oltre la morte corporale, è l’uso degli acidi corrosivi gettati codardamente sui volti delle donne. Della serie: o con me o con nessun altro, neanche con te stessa. Questo è il gesto più vigliacco che possa compiersi. La corrosione delle fattezze del viso femminile rappresenta palesemente la volontà, lucida, di cancellare il futuro della donna, eliminando ciò che la rende unica, ciò che la rappresenta: lo sguardo.

Oggi è il momento di cambiare: parliamo tra di noi di queste cose, della volontà di non sostenere questo odiosi modelli culturali maschilisti violenti.

Scriviamolo sui social network, parliamone negli spogliatoi di calcio, nelle palestre mentre solleviamo i pesi, in ufficio.

Molto, se non tutto, dipende da noi. Dal nostro agire nel cambiamento.

 

(Gabriele Lessi x LUI)

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