17 dicembre 2014

Natale sul tetto che scotta

Il gatto sul tetto che scotta

Ieri sera ho visto a teatro il celebre dramma teatrale “La gatta sul tetto che scotta” (opera di T. Williams del 1954, insignita poi del premio Pulitzer) reso famoso al cinema da Paul Newman ed Elizabeth Taylor nel 1958.

Ciò che mi ha spinto ad incentrare questo articolo – di preludio al Natale – all’opera predetta è l’attualità delle tematiche contenute in essa: si parla di famiglia, relazioni, tenerezza, amore, tradimenti, violenza, alcolismo, omosessualità, avidità, morte, depressione, ipocrisia.

In un unico spazio temporale e fisico si concentra l’ossessione di un “amore impossibile”, perché “troppe sono le rinunce” di una famiglia dedita al successo e ai soldi, alla proprietà, in cui la vita appartiene a chi la “sa comprare” ed a chi la vive secondo la più bieca convenzione.

Sotto, nascosto da qualche parte, c’è il sogno, di due uomini che si innamorano, di una donna tenace che fugge dalla povertà della sua infanzia, di un dispotico e misogino padre imprenditore, fattosi tutto da se, che scopre davanti all’ipotesi della propria morte una fragilità ed una tenerezza inaspettati per il figlio alcolizzato. Ma anche il sogno della moglie di lui, donna abituata a fare di se stessa la rappresentazione vivente di una bugia ma che alla fine non potrà che “farsi abitare” dalla propria infelicità.

Un dramma di un inquieto scrittore americano senza tempo, che riesce a parlarci di noi, nonostante siano passati decenni dalla scrittura del testo, un dramma che porterà i personaggi ad andare in frantumi, facendo molto rumore, anche se ci sarà l’ipocrisia di chi dirà che non ha sentito niente, di chi non si è accorto che c’è una casa che brucia e sopra al tetto che scotta una gatta, che di “saltare giù non ne vuol proprio sapere”.

Trovo una grande analogia tra quanto appena raccontato con ciò che riscontriamo tutti i giorni nel lavoro che svolgiamo con l’Associazione LUI.

Un lavoro spesso silenzioso, sotto traccia, che ci dicono riesca a scavare solchi culturali “anche quando è difficile riconoscere il solco”, comunque un lavoro fatto all’interno di una casa in fiamme: la casa del maschile.

Si sente parlare spesso di anti-violenza, di dialogo, di cultura di genere, di prevenzione, ma non è facile praticarli, sopratutto quando gran parte degli attori sociali preposti a farlo non hanno le capacità (ed in alcuni casi le competenze…) per farlo.

Ecco perché il “tetto scotta”.

Proprio stamattina abbiamo avuto la riprova di quanto ci sia bisogno di “restare sul tetto che scotta”, ovvero di parlare di maschile con i giovani, di quanto sia importante parlare delle differenti sfaccettature dell’essere uomini oggi: i ragazzi adolescenti ce lo chiedono sopratutto quando continuano ad autorelegarsi in stereotipi maschili “machisti”, ignorando completamente la possibilità di godere di ruoli di genere che, impropriamente, ritengono essere di esclusiva responsabilità e competenza delle donne.

Stiamo parlando di “essere partecipi” (con animus desideroso) al “ruolo di cura”, non solo “di partecipare” (perché delegati da altr*).

Nella docenza sulla violenza di genere che abbiamo tenuto oggi in una scuola superiore livornese la più bella domanda che ci è stata posta è la seguente: “ma perché vi interessate di questo tema?” (come se fosse strano trovare due giovani uomini a parlare di violenza maschile contro le donne…).

Una delle risposte da noi proposte è stata: “siamo uomini come gli altri, però vediamo la violenza maschile intorno a noi e cerchiamo di sensibilizzarci e sensibilizzare a contrastarla, facendo la nostra parte”.

Spero davvero che il principio del “fare ognuno la propria parte” abbia colpito il cuore dell’adolescente livornese di stamattina, poiché questo ci aiuterebbe tanto a divulgare un “virus relazionale” tra le giovani generazioni, in attesa che anche quel giovane ci metta la faccia – nella propria vita – diventando un maschio che si concede, per esempio, il tempo delle emozioni, senza che questo intacchi la propria autostima di genere, ma sopratutto senza che le emozioni stesse si trasformino in violenza.

Che questo Natale sia per tutt* occasione di ristoro del cuore ed occasione per ricucire i dialoghi sfilacciati nel corso delle nostre vite.

Un abbraccio.

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