17 aprile 2015

Modelli di genere nella scuola, nel linguaggio, nelle pratiche politiche: quando la polemica non aiuta a capire.

modelli di genere nella scuola

*Articolo pubblicato da Stefano Ciccone (Maschile Plurale) il 8 aprile 2015

La scuola, la pubblicità, i giochi, la televisione, i luoghi comuni, gli insulti, il linguaggio, propongono modelli stereotipati che attribuiscono a donne e uomini attitudini, destini e ruoli rigidamente vincolati?

Questa costruzione è talmente radicata, diffusa e pervasiva da diventare un contesto “naturale” che viene non solo assunto come modello culturale, ma “incorporato” nelle nostre posture, nelle percezioni di noi stessi/e, dei nostri corpi e degli altri?

Questa costruzione non riguarda solo le differenze tra i sessi ma ha a che fare con una costruzione dicotomica di lettura della realtà che organizza, secondo il binarismo sessuale, la distinzione tra attivo e passivo, razionale e emotivo, cultura e natura, mente e corpo, pubblico e privato… Quanto ha inciso tutto questo sulla nostra cultura, sui modelli di sapere e sui modelli di relazione con la realtà e di organizzazione sociale?

In questa organizzazione gli orientamenti sessuali differenti dalla norma eterosessuale sono oggetto di stigmatizzazione e discriminazione? E la rappresentazione come “abietti” dei comportamenti non inquadrabili nella eterosessualità riproduttiva ha una conseguenza sulla libertà sessuale di tutti/e, anche di chi è eterosessuale?

Su queste domande è cresciuta negli ultimi anni nel nostro paese una rete di iniziative nelle scuole di “decostruzione” di modelli e rappresentazioni stereotipate di genere.

Ma il “genere” nasce quando proviamo a metterlo in discussione o è un modello di riferimento preesistente a cui siamo tutte e tutti chiamati inconsapevolmente a uniformarci? Il genere come costruzione sociale, organizza gerarchicamente tra le differenze, implica la complementarietà tra “femminile” e “maschile” e la negazione di orientamenti sessuali e affettivi diversi dalla norma eterosessuale.

Esiste un’educazione che oggi prescinda dal “genere”? no. Siamo immersi in questo ordine al punto da percepirlo come naturale: come ci disgustano cibi o comportamenti considerati normali da altre culture, così ci mette a disagio vestire o indossare colori che culturalmente sono “propri” dell’altro sesso; ma anche nel nostro modo di sederci, di camminare corrispondiamo a posture maschili e femminili. Quando sentiamo imbarazzo o disagio per una postura, per un eccesso di intimità, per un senso di inadeguatezza, o quando ci gratifica il riconoscimento delle nostre qualità, ne sperimentiamo la forza. Eppure, basta spostarsi di poche centinaia di chilometri oltre il mare per incontrare uomini “virili” che camminano tenendosi per mano. O scoprire che gli stessi colori assumono significati differenti.

L’alternativa non è dunque se tenere conto o meno del genere a scuola, ma se assumerlo come un ordine invisibile e inconsapevole, e dunque immutabile, oppure se fare dei percorsi di apprendimento e delle relazioni pedagogiche un’occasione per una maggiore consapevolezza dei ruoli e i modelli di riferimento del nostro ordine di genere che è differente da quello di altre epoche e latitudini ma che noi naturalizziamo ed eternalizziamo.

Ma affrontare criticamente questi modelli stereotipati non vuol dire né voler rimuovere le differenze, né imporre nuove regole o modelli culturali. Se proponessimo nelle scuole la predica del politicamente corretto che edulcora conflitti e differenze, risulteremmo noiosamente ininfluenti, più che manipolatori.

Fare educazione sul genere non propone l’osservanza di un’altra norma ma offre strumenti per leggere la realtà e rendere visibili le regole che legano le nostre vite, svela la falsa naturalità di ruoli e attitudini, mostra come scavino nei nostri corpi fino a farci pensare che ne siano parte sin dall’origine.

Credo dovremmo riflettere di più sulla potenzialità di cambiamento di questo intervento: andando spesso nelle scuole sento al contrario il rischio che venga percepito dai ragazzi e dalle ragazze, come una proposta normativa e conformista: “Adesso venite qui a dirci cosa è giusto, cosa è sbagliato e a farci la predica sulle buone maniere” Una sorta di lezioncina retorica di buone maniere e politicamente corretto. L’alternativa non è l’espressione di una “naturalità” priva di condizionamenti.

Quando facciamo percorso critico sugli stereotipi di genere nella scuola non stiamo proponendo nuove regole: stiamo soprattutto rendendo percettibili quelle regole invisibili che condizionano ognuno di noi. A tema non è l’invadenza dello Stato ma una pratica collettiva di critica e trasformazione dell’immaginario sessuato e delle relazioni. Di fronte alle mille “agenzie formative” e sorgenti di messaggi che bombardano un bambino o una bambina, gli insegnanti vivono spesso un senso di solitudine e impotenza a cui credo sia utile rispondere costruendo strumenti condivisi per decostruire questi stereotipi, per riuscire ad analizzarli. Prima ancora di offrire degli strumenti a bambini e bambini è necessario pensare processi di consapevolezza per gli e le insegnanti. Proporre nelle scuole la lettura di questi processi per lo più inconsapevoli, è un modo per non lasciare ognuno e ognuna di noi soli e darci strumenti condivisi per destrutturare questi messaggi e decifrare le nostre reazioni ed emozioni. È uno strumento di libertà, non un precetto ideologico, un tentativo per aprire un varco nei destini, nella socialità e nelle prospettive esistenziali di tutti noi.

Contro queste iniziative si sono sviluppate molte polemiche prodotte da una parte del mondo cattolico ma anche una reazione nella cultura del senso comune veicolata nei media mainstream. Non c’è da stupirsene: a prescindere dalla distorsione strumentale generata da queste polemiche si tratta di un discorso che sottopone a critica riferimenti culturali condivisi, modelli sociali consolidati, relazioni di potere tra i sessi e tra istituzioni sociali e persone. Questo ci porta a comprendere che non si tratta di una mera integrazione tematica nell’offerta formativa ma di qualcosa che è trasformativo, che “sposta” equilibri, relazioni e culture nella società.

Ma la forma che assume questo conflitto è ambigua e va osservata con attenzione. Per non farne un’occasione di arretramento e di involuzione.

Credo innanzitutto che sia un errore porre questa discussione in termini di contrapposizione tra “laici e cattolici”: perché gli stereotipi di genere sono trasversali a tutte le culture, ma soprattutto perché questa polarizzazione nasconde una riflessione ricchissima e un conflitto in corso nel mondo religioso, nel mondo cristiano e nel mondo cattolico. Proprio in questi mesi ho avuto modo di conoscere meglio le riflessioni delle teologhe cattoliche e protestanti spesso molto più avanzate del dibattito in corso nel mondo “laico”. E proprio di questi mesi sono i seminari e le pubblicazioni di confronto con i femminismi musulmani.

Il confronto sulla domanda di riconoscimento delle singolarità, della resistenza di ogni singola esistenza all’omologazione a un modello normativo, la comune tensione a contrastare giustificazioni dell’ordine gerarchico tra le persone e della impari dignità delle differenti esistenze sono terreni di ricerca comune tra chi ha una cultura religiosa e chi no. Oltre le sentinelle in piedi, immobili nell’affermazione di principi sordi alle vite concrete e al confronto, ci sono molti e molte cristiane in cammino e in ascolto del mondo portatori di una domanda autentica di liberazione.

Ma quella tra “laici e cattolici” è solo la polarizzazione più esplicita e radicale.

Mi ha colpito come questa discussione abbia generato polemiche tra donne (e uomini) impegnate/i nel femminismo e nel movimento lgbt con prospettive teoriche ed esistenziali differenti. Mi colpisce la tendenza a trasformare ogni conflitto in guerra corredata di insulti, sospetti e reciproche svalutazioni. E mi colpisce la tendenza diffusa a semplificare la posizione altrui fino a renderla una caricatura. Una modalità che impoverisce tutte e tutti. Non cerco il quieto vivere, anzi: vorrei che tutti/e uscissero dal quieto vivere delle proprie certezze per rischiare l’ascolto. Negli incontri nelle scuole mi capita spesso di fare riferimento alla ricchezza e alla pluralità della riflessione femminista: una risorsa per uscire dalle secche di una polemica sterile se assunta nella sua pluralità.

La riflessione critica sul genere (non la vagheggiata “teoria del genere”) non propone la neutralizzazione e nemmeno l’interscambiabilità delle identità, ma valorizza l’irriducibile singolarità incarnata di ognuno e ognuna assumendo le differenze fuori da un ordine gerarchico.

Ma ci sono contraddizioni e semplificazioni? Sì. Credo, ad esempio, che la resistenza a una rappresentazione schiacciata sulla fissità di un dominio maschile e una immagine di soggezione o complicità femminile abbia spesso enfatizzato una rappresentazione ottimista e fiduciosa del performatività del linguaggio. A questa latente “fantasia di onnipotenza” fa riferimento, ad esempio, Pieroni:

Ma come la costruzione sociale del genere ha fittiziamente separato il soggetto maschile dal corpo, la decostruzione del genere, svelando che il re è nudo, rischia tuttavia di mantenere inalterata la separazione di corpo e mondo, se tutto diviene soggettività disincarnata…. La coscienza è di nuovo separata dal corpo ed agisce su di esso come se questi fosse insensibile…strumento al servizio della coscienza. L’esito delle interpretazioni costruzioniste più radicali è invece, spesso, una sorta di delirio di onnipotenza che fa del corpo un mezzo per l’identità e non concede ad esso limiti, così come non concede limiti all’interventi sul mondo da noi stessi fittiziamente separato. (O. Pieroni , Pene d’amore, Rubbettino 2002)

Anche Maria Luisa Boccia osserva questo rischio:

[…]L’accanimento a sottrarsi a qualsiasi appartenenza rivela un bisogno perfino ossessivo di far coincidere ciò che si è con l’identità desiderata o progettata. Dietro le immagini di identità mutanti riemerge il profilo, già definito alle origini della modernità, del soggetto che si pone come artefice di se stesso e delle proprie condizioni di vita, dell’individuo protagonista del contratto sociale in quanto sovrano di se stesso, nel corpo e nella mente. Mutano confini e forme di questa padronanza ma non la dinamica essenziale, dal momento che la soggettività si scompone in identità sempre variabili, tutte ugualmente riferite alla volontà razionale […]. Significativamente sono proprio le teorie postmoderne, che dichiarano l’avvenuta dissoluzione del soggetto a rilanciare la concezione volontaristica del soggetto moderno. (Maria Luisa Boccia, La differenza politica, Milano, il Saggiatore, 2002)

 Il riferimento a un soggetto artefice di se stesso, padrone del corpo è particolarmente significativo per una riflessione critica sul maschile e sui modelli di libertà maschile con cui siamo cresciuti.

A questa e a molte obiezioni rivolte ad esempio alla teoria queer Judit Butler risponde:

E se io insistevo sul fatto che i corpi sono, in un modo o nell’altro, costruiti, forse pensavo veramente che le parole da sole avessero il potere di fabbricare i corpi con la loro sostanza linguistica? […] perché se dovessi dimostrare che i generi sono performativi vorrebbe dire che io penso che uno si alza la mattina, indugia davanti all’armadio per scegliere il proprio genere, lo indossa per tutto il giorno, poi lo ripone ordinatamente la sera. […] certamente una teoria di questo tipo ripristinerebbe la figura umanista di un soggetto che sceglie, al centro di un progetto la cui insistenza sulla costruzione sembra dichiarare l’esatto contrario. […] (Judith Butler(1993) Bodies that matter. On the discorsive limits of “sex”. Routledge. Corpi che contano. I limiti discorsivi del “sesso”. Feltrinelli 1996)

Credo importante far notare che questo chiarimento Butler ce lo fornisce non a fronte delle polemiche di questi giorni ma in un suo testo del 1993 pubblicato in Italia nel 1996, dunque già vent’anni fa.

E Butler precisa in modo interessante, pochi anni fa:

[Mi riferisco a un] soggetto per il quale il significato ultimo e l’intenzione dei propri impulsi non diventano enigmatici solo al bambino, ma in certa misura restano tali per tutta la vita […]. Ogni pulsione è assediata da un’estraneità, o stranierità (étrangèreté), e l’“io” si scopre straniero a se stesso nei suoi impulsi più elementari […]. Non può rendere conto di com’è divenuto un “io” in grado di narrare se stesso […] [così] il desiderio conserva questa qualità esteriore e straniera anche quando diventa il desiderio del soggetto.

Così come nessuno può rendere conto ad altri di come sia diventato ciò che è, appare singolare l’ansia che l’intervento nelle scuole sul genere possa incrinare la naturalità dell’orientamento eterosessuale e “fare propaganda” all’omosessualità.

Più avanti Butler aggiunge:

…davvero l’idea di un soggetto che non è auto-fondato, di un soggetto, cioè le cui condizioni di emergenza non possono mai essere totalmente raccontate, mina la possibilità di una responsabilità e quindi dell’atto di dar conto di sé? [ …] se anche il soggetto è entità opaca a se stessa, mai pienamente auto trasparente e conoscibile[ …] l’opacità del soggetto può avere origine nel suo essere concepito come un essere relazionale [ …]. (J. Butler, (2005) Giving an account of oneself, Fordham University Press New York, . Critica della violenza etica, Feltrinelli, Milano, 2006)

A quella che è una caricatura della teoria Queer viene contrapposto, anche qui con molte semplificazioni, “il femminismo della differenza”. In realtà con questa etichetta si includono spesso tutte quelle prospettive femministe che hanno contestato l’orizzonte emancipazionista, la lotta contro le discriminazioni (che peraltro non andrebbe buttata con leggerezza alle ortiche) che diviene richiesta femminile di inclusione, di assunzione del modello maschile come riferimento. Ma a scegliere la liberazione, l’espressione della soggettività femminile rispetto all’”uguaglianza” non è solo il femminismo della differenza ma anche quelle pratiche e riflessioni femministe che hanno fatto della sessualità, del corpo, del rifiuto del binarismo sessuale, dello scavo nella dimensione inconscia della soggettività, un terreno di trasformazione ben più profondo della mera rimozione degli ostacoli alla cittadinanza femminile.

Gli stessi femminismi della “differenza sessuale” hanno storie, esiti e declinazioni molto differenti.

Ci parlano non di una differenza come polarizzazione tra due identità che chiede omologazione all’una o all’altra, ma “l’esercizio del differire” da destini obbligati:

“differenza sessuale” [è] un concetto distinto, perfino divergente, da quello di identità femminile, […] La categoria della differenza è proposta in un’accezione che consente di pensare la singolarità come esistenza incarnata, non unilateralmente ricondotta al linguaggio, quale effetto del suo potere trasformativo, e non condannata alla scissione di corpo e mente, alla polarità tra natura e cultura. (M.L. Boccia, La differenza politica. Donne e cittadinanza, Il Saggiatore, 2001Milano)

Adriana Cavarero ci propone non la ricerca di un’astratta differenza originaria ma il riconoscimento e la trasformazione di una storia:

“può sembrare che la ricerca dell’essenza della donna radicata nella categoria della differenza sessuale dovesse dare risultati, per così dire, più alti, rispetto a ciò che abbiamo raggiunto, ossia una specie di constatazione di che cosa la donna al presente è. E dire “al presente” non è dire poco, poiché significa riferirsi alla lunga storia di sopraffazione che ha prodotto tale presente femminile, storia che appunto emerge in tutta la sua valenza negativa nella definizione della essenza della donna come esperienza di un’intima e costitutiva separatezza di sé da sé. Questa difficoltà (o delusione) nasce tuttavia da un malinteso significato di ciò che abbiamo chiamato “essenza”. Se infatti l’essenza è un contenuto immobile e fuori dal tempo, una verità custodita nella mente di Dio, un essere così da sempre e per sempre, allora davvero non è questa che abbiamo trovato perché non è questa che andavamo cercando. Il desiderio di scoprire le tracce di un femminile “originario”. […] rischia di dilatare il nostro bisogno di una teoria di autoriconoscimento nella lontananza di una nostalgia dolorosa. […] l’essere donna è ora questo destino e necessariamente in esso si esperisce e si pensa. […] nella rappresentazione di una essenza perduta possiamo rimpiangerci, non ritrovarci. 

Lea Melandri descrive questo movimento interpretandolo e collocandolo nella vicenda del femminismo:

Il primo femminismo nasce all’insegna di questa ambiguità.[…] In un passaggio che leggo nella mia prima raccolta di scritti, L’infamia originaria, si legge: ”Chi può vedere con chiarezza ciò che sta all’origine, perché non se ne è mai separato, è portatore di una verità che fa traballare tutte le analisi sociali e politiche, cresciute sulla negazione e la mistificazione di questa stessa origine”. Il confinamento sul polo che è parso il più distante e il più oscuro rispetto alla ragione storica dell’uomo, diventa di per sé forza per sovvertire il mondo. Ciò che è stato per così lungo tempo ombra, silenzio, sfondo, nel momento in cui si accinge a mostrarsi in pubblico, ribalta il proprio segno di miseria nella positività di un “privilegio”. (Melandri L. le passioni del corpo, la vicenda dei sessi tra origine e storia, Torino, Bollati Boringhieri, 2001)

Confondere la differenza con l’omologazione a ruoli complementari e gerarchici storicamente costruiti è un fraintendimento, confondere tra “naturalità” e eternizzazione di questo ordine è un imbroglio.

Svelare la costruzione sociale dei modelli di genere, dunque, non vuol dire annullare le differenze, ma liberare le differenze dalla loro rappresentazione stereotipata e fissa e, soprattutto, contrastare l’obbligo all’omologazione. La differenza non è solo quella tra donne e uomini, ma anche quella che io posso giocare nel mio essere maschio. Al contrario l’unica possibilità di differenza che mi viene proposta socialmente è quella di omologarmi ad un modello maschile fissato. Questa rappresentazione mi impone di essere come gli altri, di essere mimetico nel desiderio e nei comportamenti e mi impedisce quello scarto che è essere altro, essere me stesso.

Il tema mi pare sia: come possiamo proporre nelle scuole un discorso che interpreti e rafforzi il desiderio di libertà delle persone e non un approccio normativo? Per farlo abbiamo bisogno di una riflessione consapevole sulle implicazioni teoriche della decostruzione dei modelli di genere. Ma soprattutto di una nozione di differenza non essenzialista e identitaria, di una lettura della performatività del linguaggio non ingenuamente ottimista: insomma di un’idea della soggettività complessa che non rimuova il corpo o il linguaggio. Forse se ragionassimo insieme senza steccati e semplificazioni potremmo costruire pratiche più avanzate di trasformazione.

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