22 gennaio 2016

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti

La necessaria premessa che si impone è la mia confessione di essere – fin da epoca antica – tifoso nerazzurro, “sfumatura Inter”.

Questo è necessario solo per segnalare che ho seguito “in diretta” (televisiva) la vicenda della lite tra allenatori di Napoli ed Inter a margine dei quarti di Coppa Italia, di pochi giorni fa.

I fatti sono noti a molti: un allenatore si è rivolto all’altro, durante la partita, apostrofandolo con i termini “frocio” e “finocchio”; faceva seguito una dichiarazione in diretta tv del “Mancio”, nel post-partita, con la quale denunciava pubblicamente le offese ricevute in campo dal collega, ritenendole inaccettabili, discriminatorie e vergognose.

In pochi minuti la notizia è rimbalzata sul web ed il caso è divenuto, così, di portata mondiale.

Subito l’opinione giornalistica e sportiva si è divisa tra chi pensa che “rivelare” al pubblico tv “offese di campo” (col sottointeso che dovevano rimanere lì…) sia sbagliato e chi invece pensa che sia proficuo: Guelfi e Ghibellini”, insomma.

Il fazionismo, tipico italiano, non aiuta di certo a decodificare il “cuore della questione”, che rimane quello del contrasto al linguaggio sessista, omofobico, psicologicamente violento, che – più o meno consciamente – crea discriminazione, emarginazione sociale e crea le condizioni per ulteriore violenza.

Nel 2004 la UEFA introdusse una direttiva che vieta di fumare agli allenatori durante le partite di calcio ed un famoso allenatore italiano ebbe a dire all’epoca: «È giusto che noi, in quanto personaggi pubblici, si stia attenti ai nostri comportamenti e si cerchi di pubblicizzare valori positivi. In una società dell’ immagine, il filo che separa vita privata e vita pubblica è sempre più sottile e noi, come i calciatori e tutti i protagonisti di questo mondo, abbiamo delle chiare responsabilità. Resta il fatto che, se dobbiamo essere un modello, dovremmo esserlo in tutti i comportamenti. Perché solo il fumo è da combattere?».

Pienamente condivisibile.

Dunque, il fatto di “giustificare” o “minimizzare” certi comportamenti/affermazioni pubbliche degli allenatori, solo perché frutto di “tensione sportiva” da far rimanere “sul campo”- mutuando la ratio della norma antifumo del 2004, dichiaratamente introdotta per non dare “cattivi esempi” ai giovani – pare culturalmente superata da almeno un decennio.

Mi pare anacronistico (oltre che sbagliato) continuare a perorare la causa dell’ “omertà sulle parole dette sul terreno di gioco” quando sul campo stesso vi sono puntate decine di telecamere, microfoni e giornalisti e tutto viaggia in diretta tv o in streaming.

Non si tratta, quindi, di sostenere la “fazione Mancini”, piuttosto si tratta di “isolare culturalmente” i comportamenti e le parole che non sono più accettabili dalla “società civile del 2016”.

Un altro interista come Beppe Severgnini sostiene che “non è stucchevole correttezza politica: lo chiede lo spirito del tempo. Lo stesso vale per tutto ciò che riguarda l’omosessualità. Qualunque cosa pensiamo sulle unioni civili o il matrimonio tra persone dello stesso sesso, dobbiamo rispettare le scelte sessuali altrui. Lo pretende la legge, lo chiede la società, lo suggerisce il buon senso, lo invoca la Chiesa di Francesco. «Frocio» o «finocchio» hanno smesso di essere inoffensive espressioni popolari, ammesso che lo siano mai state. Sono parole aggressive e offese gravi”. Anche lui lo dice da pensatore, non da interista.

Non si tratta neanche di difendere l’eterosessualità di Mancini, si tratta soltanto di sostenere il messaggio che ha voluto mandare l’allenatore dell’Inter in diretta tv: “Sono orgoglioso di essere “frocio” e “finocchio” se lui (l’allenatore avversario, pronunciando quelle parole, ndr) è un uomo”. Punto.

Un famoso attore-regista romano diceva che “le parole sono importanti”. Vero.

Ma dirò ancora di più, un famoso giurista lucchese – Giuseppe Pera – ha sostenuto che “la chiarezza è l’onestà dello studioso”.

Dire e fare “una cosa giusta” in modo chiaro ha una rilevanza che va oltre il verbale, specie quando si tratta di personaggi pubblici: indica un modello da seguire.

In una società dove un tweet ha più rilevanza mediatica di un Tg1 delle 20, chi ha l’onore e l’onere di vivere sotto i riflettori deve, per forza, fare i conti con quel che fa e dice. Oggi più che mai.

Avrei scritto le medesime cose anche se l’allenatore in questione avesse pronunciato frasi ingiuriose di altra tipologia discriminatoria contro il collega.

Due ultime constatazioni mi danno il segnale di un Paese, il nostro, che deve ancora maturare culturalmente sui temi del “rispetto e fair play”, sportivo e non: 1) il giudice sportivo ha inquadrato giuridicamente le offese in questione nella fattispecie di “epiteti pesantemente insultanti” e non di “condotta discriminatoria”, con relativa enorme differenza di sanzione; 2) c’è chi, ai vertici della Federazione calcistica nazionale, ha pronunciato pubblicamente (ed in svariate occasioni) frasi razziste, omofobe, discriminatorie, violente.

E’ vero, in molte altre occasioni nel calcio ci sono stati comportamenti biasimabili di atleti ed allenatori, forse anche peggiori di questo e forse anche da parte della persona che in questa occasione è parte lesa. Ma non è una motivazione giuste per non affrontare il tema di oggi, che ha una portata che va oltre l’allenatore Mancini.

Non si tratta di essere interisti, giustizialisti, perbenisti o moralisti: tutti siamo fallibili; così come non disconosco la tensione che può creare una gara sportiva ad eliminazione diretta. Ma ci sono delle “regole minime” da rispettare.

Se non si riesce a “governare le proprie emozioni”, o meglio, a gestirle, riconducendole a scelte di comportamenti differenti, si può sempre chiedere scusa (dopo) – senza “se” e senza “ma” – senza dire, sopratutto, che “l’altro ha sbagliato” a dichiarare pubblicamente un comportamento scorretto ed ingiurioso subito.

Questo fa la differenza. Questo aiuta ad indicare la via del progresso e dei modelli virtuosi da seguire, per contrastare – peraltro – la violenza negli stadi.

Una domanda: cosa sarebbe successo se gli stessi fatti fossero accaduti in Svezia, Canada, Olanda, Inghilterra?

Non basta andare in panchina in “tuta”, invece che in “giacca e cravatta”, per essere “buoni maestri”.

(GL)

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