11 gennaio 2015

La fatica del dialogo: una riflessione sui tragici fatti di Parigi

Parigi - Livorno

Non esiste prospettiva comune senza più punti di vista.

Con questo “dogma” stampato bene in mente stiamo portando avanti ormai da anni la pratica sociale e politica del dialogo con chi non necessariamente la pensa come noi su alcuni modelli stereotipati che ci propone/impone la società contemporanea.

Un credo laico che però contiene, di per sé, anche la sfera della spiritualità e delle confessioni religiose.

Nelle nostre città occidentali, nei nostri quartieri, nei nostri condomini stiamo già sperimentando da anni l’esperienza della “multietnicità”, molto spesso senza alcun problema di sorta, tuttavia, laddove vi siano abitudini differenti nella vita quotidiana, la tentazione è subito quella di “annullare” queste differenze con la forza o, peggio ancora, con la violenza.

L’integrazione – ovvero quell’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro della società – dovrebbe essere un lento processo verso una maggiore coesione sociale.

Questa sorta di migliore “empatia sociale e giuridica” potrebbe davvero aiutarci a vivere insieme, piuttosto che a con-vivere (o vivere-con).

In queste ore abbiamo purtroppo assistito (e stiamo ancora assistendo) all’ultimo di molti altri atti violenti che questa volta ha avuto come bersaglio coloro che, con la testa e la penna, professavano la propria libertà di pensiero in una sede di giornale.

Con tutta la prudenza del caso, visto che le indagini sono ancora in corso, non possiamo con certezza affermare che questo tragico evento abbia, o meno, una matrice religiosa, tuttavia possiamo considerare i fatti di Parigi come un vero e proprio attacco alle libertà occidentali, proprio nel paese (e nella città) dove altro sangue fu speso per conquistarle.

Davanti a questa oggettività si impone dunque una seria riflessione, sia per chi in occidente è nato e cresciuto, sia per chi vorrebbe farne parte. Posto che non si tratta di una mera contrapposizione tra confessioni religiose, come dovremmo impostare questa riflessione?

Quali orizzonti si profilano per i contemporanei e per le future generazioni? Avremo la capacità di progredire, di sentirci uniti nelle differenze?

Sapremo farlo con rispetto ed al contempo con determinata fermezza?

Potremo ampliare i valori culturali occidentali senza sentirci aggrediti o costretti da qualcuno?

Sapremo resistere alle facili tentazioni della xenofobia?

“C’è uno scarto evidente, a volte vistoso, tra i principi che affermiamo e la traduzione che ne facciamo nella politica, nelle pratiche di potere grandi o piccole, nell’operato degli Stati democratici, nella nostra condotta personale. E tuttavia c’è un orizzonte collettivo in cui ci riconosciamo che molto semplicemente tende al bene comune, ad uno sviluppo inclusivo che sappia tenere insieme la libertà economica e le libertà individuali che sono nate proprio in questa parte del mondo. Oggi ciò che noi siamo è ciò di cui moriamo. Perché il terrorismo fanatico sembra esattamente consapevole di una nostra identità trascurata, mal sopportata da noi stessi, considerata stanca come le nostre istituzioni estenuate, la nostra democrazia ingrigita ed esausta. Poi alziamo gli occhi, davanti agli spari ad nella redazione di un settimanale trasformato in simbolo, e scorriamo l’elenco dei santuari civili della grandiosa banalità democratica scelti come bersaglio: una scuola a Tolosa, un museo ebraico a Bruxelles, un caffè a Sidney, il parlamento a Ottawa e infine oggi un giornale a Parigi.”

Questo è ciò che scriveva ieri, in modo eloquente, il Direttore di Repubblica.

La pugnalata inflitta al cuore dell’Europa con i sanguinosi fatti appena richiamati ci conferma come quelle che noi riteniamo “libertà”, “diritti acquisiti” e “civiltà” per qualcuno siano, al contrario, obiettivi da eliminare: dunque il vero bersaglio pare essere la nostra democrazia.

La paura reale è quella dell’emulazione di atti così violenti in altri luoghi simbolo.

Occorre che si abbattano le barriere delle differenze e ci si riconosca – almeno per un poco – solamente uomini e donne degni di vivere le nostre vite in autonomia e piena libertà, senza però lasciar da parte – neanche per un poco – la legalità internazionale ed i principi di cui alla Dichiarazione universali dei diritti umani, firmata proprio a Parigi nel 1948.

Dopodiché confidiamo nella solidarietà umana e nel naturale auspicio di pace.

GL

 

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