25 gennaio 2017

Il nostro acido

Il nostro acido

Ogni volta le stesse parole contro la violenza maschile sulle donne. Ogni volta la stessa comprensibile retorica che, però, non smuove di un millimetro le convinzioni di chi quell’acido lo tira: lo tira in faccia alla propria (ex)donna.

E’ proprio il concetto di proprietà, in alcuni casi di solo possesso, che forse radica in alcuni uomini la convinzione della legittimazione culturale del gesto.

Mai un caso in senso contrario, almeno dalla cronaca appare questo. Perchè una donna lasciata da un uomo non getta l’acido in faccia all’ex? Perchè accade, invece, il contrario?

Due semplici domande che richiederebbero una lunga introspezione guidata per ricercare i luoghi del nostro animo nei quali abbiamo coltivato nel tempo rancori, fragilità e senso di vendetta.

Qualcuno dirà che è emulazione, come a dire che “se ne parlassimo meno in giro di certi gesti”, forse, i “matti” non emulerebbero. Invece no. Non penso che sia questione di informazione e neanche di “matti”, quanto piuttosto di una carenza di strumenti di intervento – emergenziali, successivi e preventivi – rivolti a noi uomini.

Dico questo perché quell’acido è gettato da “uno di noi”, uno con cui facciamo palestra, uno con cui ridacchiamo agli aperitivi, uno di cui non avremmo mai sospettato.

Ecco perché siamo coinvolti, noi uomini, perché facciamo parte dello stesso humus di genere. Certo, va da sé che “essere parte” non significhi connivenza o, peggio ancora, complicità.

Il mio punto di vista, che poi è condiviso da tutti gli amici di associazione LUI, è che si tende a non parlare ed approfondire i processi che portano un uomo adulto a scegliere consapevolmente di sfregiare la proria (ex)partner. Questo mi pare lampante.

Altro particolare non trascurabile è la scelta di gettare acido – il nostro acido – su volti di donne belle, come a significare: se non vuoi me, nessun altro ti vorrà.

Una sottile ma profonda differenza nello scegliere questa modalità violenta rispetto ad altre. Non un’eliminazione fisica, bensì una presunta eliminazione della beltà, un’eliminazione dei tratti che contraddistinguono una persona, un effetto perenne per la vittima-sopravvissuta. Come a dire che la morte non basta.

Il nostro acido, che “cova” evidentemente, trova la piccola, interiore, soddisfazione per la quale siamo disposti al carcere, ma con la consapevolezza di aver sfregiato per sempre un’anima ed un corpo. Come a dire: sono stato io, ricordatelo. Per sempre.

Impariamo, dunque, ad usare strumenti di conoscenza, strumenti emotivi, strumenti tecnici, che ci facciano costruire un humus culturale maschile nel quale non vi sia solamente uno sterile rifiuto perbenista della violenza alle donne, bensì una profonda coscienza di quello che siamo e di quello che vogliamo essere.

(Gabriele Lessi)

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