Frustrazione e botte Il frutto avvelenato del maschilismo

Il 09 luglio 2016, sul Il Tirreno è uscito un articolo su LUI:

Frustrazione e botte. Il frutto avvelenato del maschilismo

«Io lo posso fare, ho la forza e il diritto per farlo, me le ha tirate via dalle mani». Quello che passa nella testa di un uomo che picchia una donna è un complesso di autoassoluzioni, negazione e…

di Libero Dolce

«Io lo posso fare, ho la forza e il diritto per farlo, me le ha tirate via dalle mani». Quello che passa nella testa di un uomo che picchia una donna è un complesso di autoassoluzioni, negazione e malinteso senso dell’onore. Qualcosa che non è facile da stanare o vedere, perché è coperto da un senso di vergogna e omertà che lo cela agli altri.

Non esiste il mostro fuori natura, sebbene l’efferatezza di certi atti di violenza risulti difficilmente digeribile altrimenti. Per questo nascono i “Programmi per uomini maltrattanti”, per non affrontare con le armi dell’emergenza quello che è un problema iscritto nel codice genetico della nostra cultura. Il maschilismo e i suoi effetti sui rapporti affettivi.

In Toscana sono nati diversi centri per l’ascolto e la presa in carica di uomini autori di comportamenti violenti. Il primo fu fondato a Firenze nel 2009 e altri sono poi venuti a Pisa e a Livorno.

Gli uomini arrivano qui da canali differenti: sollecitati da parenti o per via istituzionale dopo una denuncia e anche per iniziativa spontanea. «Non c’è un profilo dell’autore di comportamenti violenti, può essere il professionista o il macellaio – spiega Jacopo Piampiani – psicoterapeuta dell’associazione Lui di Livorno – Le radici profonde vanno trovate nella cultura del patriarcato, siamo abituati a pensare di nella violenza». L’associazione, di concerto con il Centro Antiviolenza di Livorno, ha dato vita al P.U.M. (Programma Uomini Maltrattanti).

«Gli uomini che si rivolgono a noi vengono prima valutati – spiega Piampiani – e poi, se c’è effettiva volontà di partecipare al percorso, inseriti nei cosiddetti gruppi di criticità. Il primo insegna a distinguere le forme di violenza, il secondo a intraprendere un percorso di consapevolezza». Nel primo gruppo sono 8, nel secondo 6. ».

È più adeguato parlare di violenze, perché quella degli schiaffi e delle botte è spesso solo la fase finale di un percorso di rabbia accumulato nel tempo. Ma c’è anche la violenza economica o quella psicologica. «Le fasi più a rischio sono due- spiega Piampiani – quella della gravidanza e quella della separazione. Quando cioè l’uomo sente l’abbandono o la diminuzione dell’attenzione su di sé e riafferma il proprio potere sulla donna».

E proprio dai dati dei centri antiviolenza sul territorio si trova conferma al fatto che il pericolo maggiore lo si corre tra le mura domestiche, con il 61% delle 13.461 donne che in Toscana hanno denunciato episodi di violenza negli ultimi cinque anni che indica l’autore nel partner.

«I percorsi di riabilitazione sono difficili e lunghi – dice Maria Giovanna Papucci dell’Associazione a difesa della donna Ippogrifo, «non sempre l’uomo ha la capacità di cambiare». Quando lo fa, spesso, deve superare «la vergogna di entrare in contatto con il proprio dolore ed entrare in un gruppo di altri uomini che hanno commesso queste cose», puntualizza Piampiani. «A volte succedono cose straordinarie. Chi ha riconosciuto gli errori e gli effetti della propria violenza porta i figli alle sedute e vuole continuare a seguire il programma oltre la scadenza».

 

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